LA STORIA
Cervo incastrato, una chiamata lo salva
L’animale, impigliato in una rete, è stato recuperato al limitare del bosco di Porto Ceresio. Il racconto
La mia casa, nella zona di Porto Ceresio, è un po’ in alto, fuori dal paese e dalle case. È tutta circondata dal bosco. Molti sanno quanto sia affascinante il bosco. Che non sta mai zitto. C’è molta vita tra quegli alberi, rovi e cespugli. In genere non li vedi, ma ci sono tantissimi animali che vanno di qua e di là, sgranocchiano castagne e nocciole, insomma, piccole - per noi - esistenze occupatissime. Ci sono volpi, faine, donnole, ghiri, scoiattoli. Se stai zitto nel bosco, non sei circondato dal silenzio assoluto: c’è sempre qualche fruscio, qualche verso di animale. C’è una vita intensa: “loro” hanno sempre cose da fare. Costruirsi tane, difendersi da predatori, procurarsi da mangiare, per sé e per i piccoli.
IL CERBIATTINO E LA GATTA
È solo da qualche anno che scendono fino alle nostre case anche animali più grossi e “invadenti”, come i cinghiali. E poi è diventato abituale vedere anche altri grandi animali, molto più belli dei cinghiali. I cerbiatti, e i cervi, che hanno addirittura qualcosa di regale. A volte si vede tutta la famiglia: il papà con le sue grandi corna, la mamma e un paio di cerbiatti. Bellini, ma bellini che inteneriscono. Un cerbiattino una mattina è venuto sotto il portico, dove c’eravamo io e la mia gatta, a prendere il tè, come due signore. E loro due non erano sorpresi, e neanche spaventati, né lui né lei. Insomma, si conoscevano, lui, proprio il Bambi come quello dei cartoni animati, che ti fa sciogliere di tenerezza, con i suoi occhioni, e la mia micia, in genere timidissima. Ho pensato che essere in un bosco dove la mia micia chiacchiera tranquilla con il Bambi è veramente «tanta roba», come dicono i ragazzi adesso.
DALLA FIABA AL DRAMMA
Lo so, sembra troppo fiabesco. Ma non è colpa mia se il bosco spesso assomiglia a una fiaba. Però qualche giorno fa è successa una cosa, che di fiabesco non aveva niente. Al contrario. Un dramma. Proprio una cosa da raccontare. Risalivo in macchina per raggiungere la strada e andare in paese. Ma ero ancora nella zona recintata nel mio bosco. Ho sentito qualcosa. Un rumore non normale, dei versi duri, gutturali, e dei colpi, non so, di siepi che venivano strappate, insomma, stava succedendo qualcosa. Mi sono fermata e ho visto: un cervo, bellissimo, grande. E disperato.
IMPIGLIATO NELLA RETE
Perché un pezzo lungo, grande, della rete metallica che delimita la proprietà gli si era impigliato, avviluppato, invischiato, arrotolandosi in un enorme garbuglio sulle corna. Il cervo era come impazzito, gridava, si muoveva in modo scomposto, sbatteva di qua e di là, e si percepiva tutta la sua angoscia, la disperazione. Nel tentativo impossibile di liberarsi. Si, impossibile. Era chiaro che l’animale non aveva alcuna possibilità di togliersi quell’accidente maledetto dalle corna. E io neppure sarei mai riuscita a fare qualcosa per aiutarlo a tirare via da sopra la testa quella nuvola tremenda di ferro, che si intrecciava, sembrava stringerlo sempre di più. Rapida. Telefonino, Forestale, Pompieri. Racconto concitato. Ma subito una risposta rassicurante: «Signora, ci muoviamo subito».
IMPAZZITO DAL DOLORE
Vero. I soccorritori sono arrivati prestissimo. Avevano già allertato il veterinario, che però era occupato, o lontano. Ma nessuno degli uomini si è avvicinato al povero cervo che scalciava, sbatteva la testa, sembrava impazzito dal dolore, dalla follia di quella situazione. Ogni tanto si fermava, come stremato dalla sua lotta impari. E poi riprendeva a roteare quel grosso capo imprigionato. Una tortura. Una pena infinita. Di più.
«DIAMOCI DA FARE»
Ma eccolo. Sì, proprio come nei film quando “arrivano i nostri”, e ti scende quasi una lacrima di sollievo. Arriva un uomo alto, grande e grosso, aria molto rude, di poche parole. «Dai, diamoci da fare, che quello non ce la fa più», dice rimboccandosi le maniche fino ai gomiti. Gli spara un dardo che lo colpisce alla coscia. Il cervo barcolla, poi piano si affloscia per terra. Finalmente fermo, obbligatoriamente quieto. E allora il dottore inizia il suo lavoro. Che è stato lungo, di precisione, minuzioso. Gli altri uomini lo hanno aiutato. Lui ha messo sul muso del cervo una specie di maschera e poi ha estratto delle cesoie grandi speciali. E anche gli altri uomini hanno partecipato alla lunga operazione.
IL VETERINARIO, GIGANTE BUONO
Via via che buttavano via pezzi di rete intrecciata e distorta, il veterinario, il gigante buono trovava il modo di fare delle carezze al cervo: «Dai, che è quasi fatta». Insomma, rude finché si vuole, ma era tenero, affettuoso. Una cosa commovente: lui agli animali vuole bene DAVVERO. E curava il cervo come fosse un bambino. Ripeto: era commovente vedere quei tre uomini, appunto quelli rudi, di poche parole, tutti chinati a togliere piano piano quella specie di maschera di ferro che aveva fatto quasi impazzire il grande cervo. Mi hanno detto che se non li avessi chiamati l’animale sarebbe morto quella notte: gli si sarebbe spezzato il collo a causa degli sforzi disumani che faceva nel tentativo di liberarsi.
FAR FINTA DI NON VEDERE
E al mio «Ma chiunque avrebbe chiamato!», hanno risposto: «Non creda. La gente non sempre vuole fermarsi e perdere tempo. Meglio tirare via e fare finta di non vedere». Hanno lavorato a lungo sull’animale steso a terra – ma quanto è grande un cervo – con competenza, con delicatezza, ma anche con forza. Poi, quando tutto quel ferro contorto è stato tolto dalle corna del povero animale, il veterinario gli ha curato le ferite che aveva sul muso. E gli diceva «Dai, che stasera te set a cà». E io ho pensato che potesse essere il papà del cerbiattino amico della mia micia. E che la sera l’avrebbero passata insieme, grazie al cielo.
IL RISVEGLIO DEL CERVO
Ecco, il lavoro era finito. Ci siamo allontanati tutti di qualche metro. E il veterinario ha fatto un’iniezione all’animale addormentato. Dopo qualche minuto, il cervo ha cominciato a muoversi piano, poi, con fatica si è alzato sulle zampe. Barcollava, incespicava, ricadeva a terra, si rialzava sulle lunghe zampe, sottili e tremanti... Gli uomini lo guardavano con un po’ di apprensione, ce l’avrebbe fatta? Non aveva riportato chissà quali lesioni interne? Insomma, poteva considerarsi salvo? Poi: «No, el va. Va. Ce la fa». Il cervo barcollante e molto lentamente aveva cominciato a camminare, e aveva comunque preso una sua direzione, in mezzo agli alberi. Seguito dai commenti sollevati dei suoi salvatori. Gli uomini rudi e di poche parole, che sorridevano, lo seguivano con lo sguardo e «Vai bello …. vai», «Sì, ha preso la direzione giusta. Vai ninin...».
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