LA TESTIMONIANZA
«Gli iraniani colpiti sperano nel futuro»
Giacomo Longhi, varesino e traduttore dal persiano: «Molti favorevoli all’intervento perché stremati da violenze e sanzioni, ma io sto con Sanchez: chi è contro l’attacco non difende la repressione»
L’estate scorsa, a giugno 2025, era scampato al primo attacco israeliano su Teheran, passando attraverso l’Azerbaigian per tornare nella sua casa nel Varesotto sano e salvo. Un’esperienza dura, fra notti insonni e terrore. Da allora non è più tornato nell’amato Iran, ma il suo cuore è sempre lì, accanto ai colleghi, agli scrittori e agli amici conosciuti fin dal 2010: sono giorni amari per Giacomo Longhi Alberti, 37enne letterato, iranista, traduttore editoriale dal persiano. Anche adesso, nel momento più critico della storia recente, l’attività di traduzione e vicinanza culturale prosegue senza sosta.
«Per ora le case editrici iraniane sono salve, fino a che non le bombarderanno il nostro lavoro proseguirà - dice con dolore e preoccupazione lo studioso -. Ora sono a casa, nei mesi scorsi sono stato negli Emirati Arabi e al Cairo, ma resto sempre in contatto con gli amici iraniani per capire come stanno vivendo questi momenti. So che cosa provano: so che cosa vuol dire non dormire per giorni per la paura di essere sorpresi nel sonno da un’esplosione, so che si sta nel centro della casa per proteggersi. Perdi la lucidità, sei stressato, non riesci più a connettere. Purtroppo non ci sono zone sicure: ho sperato che alcuni potessero sfollare sulle montagne attorno alla capitale, ma anche lì sono arrivate le bombe, forse per la presenza di siti militari. Nessuno è al riparo. Ma loro vogliono stare lì, a Teheran».
OLTRE IL TERRORE
In questo orizzonte nero, non c’è spazio per il pessimismo cupo: «Ho appena sentito un amico che mi ha detto “spero ancora nel futuro” - prosegue il racconto -. Ricordo una mia professoressa di arabo che nel 2006 aveva vissuto l’attacco israeliano al Libano e si commuoveva pensando al successo della pubblicazione di tre libri. Non possiamo abbatterci, dobbiamo superare anche questo momento. Se pensiamo poi alla storia dell’umanità, è stata più un susseguirsi di guerre che di stabilità: noi italiani siamo abituati bene e diamo per scontati alcuni valori come la pace, la democrazia o il benessere economico. Ma sono principi non assicurati a tutti. Allo stesso modo, non possiamo pensare di rimanerne fuori, perché poi la realtà fa il suo corso».
ZONA STRATEGICA
Soprattutto quando da quel punto della Terra passa la maggior parte dei combustibili fossili del Golfo: ce ne rendiamo conto banalmente facendo il pieno all’auto in questi giorni. Certo è anche riduttivo lamentarsi per i prezzi del petrolio quando si contano lutti e drammi. Che ruolo ha l’Italia?
«La posizione che raccoglie più consensi è quella del premier spagnolo Pedro Sanchez, non quella italiana - dice ancora il linguista -. Certo noi siamo usciti sconfitti dalla Seconda guerra mondiale e non abbiamo la stessa libertà con gli Usa. La Spagna si è dissociata, dicendo no alla guerra e ai bombardamenti: solo la mattina del primo giorno la coalizione Usa-Israele ha colpito una scuola elementare a Minab, nel sud dell’Iran, uccidendo decine di bambine. Israele ha colpito obiettivi simili anche a Gaza, ospedali, scuole, musei e monumenti. La stessa cosa accade ora in Iran, dove è stato danneggiato per le onde d’urto il palazzo Golestan, detto “degli specchi”, bene Unesco ottocentesco con orti bellissimi. Se l’attore è lo stesso, Israele, si può ipotizzare una stessa strategia».
EVITARE I LUOGHI COMUNI
Attenzione, però, appunto, a non farsi condizionare: «L’attacco non è stato una sorpresa, come era già chiaro che l’Iran a sua volta avrebbe colpito gli altri Paesi limitrofi con basi militari Usa. Ma essere contro la guerra non vuol dire essere a favore della politica di repressione del dissenso messa in atto dalla Repubblica islamica, che ha visto il suo apice di violenza nei massacri dell’8 e 9 gennaio - precisa l’intellettuale -. La popolazione iraniana è esasperata dal proprio governo e dalle sanzioni Usa e Ue. La repressione del regime è stata durissima e ha colpito ogni forma di dissenso interno, ma sui numeri ci sono versioni discordanti, circolano fake-news e inoltre Israele e Stati uniti hanno usato gli iraniani esponendoli alle ritorsioni, invitandoli a protestare facendo capire che in piazza ci sarebbero stati loro agenti. È stato il modo più veloce per farli passare per traditori ed esporli ai massacri, che - lo ribadisco - non sono giustificabili in alcun modo. È una politica cinica, violenta, manipolatoria, messa in atto da Israele. Una parte della popolazione iraniana è a favore dell’attacco militare e ha maggior risonanza in Occidente, ma possiamo avere delle posizioni diverse». E quindi l’appello ai connazionali: «Io parlo da italiano e da europeo, dobbiamo avere uno sguardo lucido, libero, lontano da questo gioco di interessi. Leggete i libri degli autori iraniani di oggi, quelli tradotti dal persiano, quindi scritti per i lettori iraniani. Non solo gli studi ma i romanzi best seller di scrittrici importanti: “Tehran Girl” di Mahsa Mohebali, “Iran under 30”. Altri sono in uscita: di Atieh Attarzadeh, “Guida per morire con le piante medicinali” (editore Polidoro), di Aliyeh Ataei “Ciechi al rosso” (Utopia). Altre case editrici importanti sono Ponte33 e Francesco Brioschi. Qui si parla dell’Iran di oggi, delle battaglie delle giovani donne per liberarsi dall’autorità, del peso delle dominazioni nei decenni. Al centro si sono anche famiglie benestanti, della media borghesia, che ci fanno capire davvero che cos’è la guerra, qualcosa che porta solo devastazione e non risolve nulla, anzi rovina le generazioni successive. Leggiamo questi libri per capire l’Iran moderno, perché questa immagine a noi manca. E rileggiamo anche la nostra Costituzione, quella che ripudia la guerra».
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