VERSO MILANO-CORTINA
Il sogno di Piera Macchi: «Stavolta sarò ai Giochi»
Un infortunio costò alla sciatrice varesina Lake Placid nel 1980. «Parteciperò come volontaria La fiaccola? Hanno rimediato e io ho cercato di trasmettere la mia passione per lo sport»
Piera Macchi, la sciatrice più titolata della provincia di Varese, è tornata alla ribalta per la sua mancata convocazione come tedofora alla tappa Varesina del viaggio della Torcia Olimpica verso i Giochi di Milano Cortina. Gli appassionati di sport la ricordano per la sua carriera, la sua tenacia, la sua storia, ma soprattutto per le sue battaglie che hanno contribuito a costruire una vera identità dello sport femminile italiano. Lei che voleva fare la calciatrice, ma che dovette rinunciare reinventandosi nello sci. Un amore nato da giovanissima, grazie alla sua famiglia che per oltre quarant’anni ha trascorso estati e inverni a Gressoney. Sulle piste da sempre, a sei anni le prime seggiovie e poi la rincorsa verso la maglia azzurra centrata a 13 anni. Da lì una crescita esponenziale, fino alla carriera Assoluta. Le prime vittorie pesanti nel 1978 in Coppa Europa, poi le Coppe del Mondo, il raggiungimento delle prime quattro posizioni nello slalom gigante al mondo e l’infortunio. La rottura di un piede ad appena un mese dalla partenza per i Giochi Olimpici di Lake Placid del 1980.
Torniamo a noi. Si era candidata per il ruolo di tedofora, ma la sua storia e i suoi successi sportivi non sono bastati. È stata scartata. Poi la svolta.
«Mi ha chiamato il sindaco di Varese, Davide Galimberti, porgendo le scuse sue e della città, rimarcando che non è stata una sua mancanza perché le selezioni non spettavano al Comune. Era molto dispiaciuto e ha voluto riparare. Mi ha invitata al prologo, l’evento organizzato al Palaghiaccio prima della sfilata. Lì mi hanno pure voluto far parlare, ho cercato di trasmettere un messaggio chiaro: la passione per lo sport, la maglia azzurra e le Olimpiadi».
A distanza di 46 anni sta per vivere questa Olimpiade da protagonista, come volontaria.
«Ho provato a candidarmi e questa volta mi hanno presa. A oggi so solo che sono stata assegnata al pattinaggio di velocità. Sono stata convocata insieme a tutti gli altri volontari venerdì 30 gennaio alle 17, lì scoprirò come potrò essere utile. A oggi mi identificano nel ruolo di service».
Soddisfatta?
«Avrei sognato l’hockey perché il pilastro della nazionale italiana Thomas Larkin è stato mio alunno alla Scuola Europea di Varese. L’ho visto crescere, ancora prima del suo trasferimento in America e poi in Germania. Lo ricordo giovanissimo, dai 10 ai 13 anni in prima e seconda media, quando abitava a Cocquio Trevisago».
Piera Macchi con Claudia Giordani, Daniela Zini, Wanda Bieler, Wilma Gatta, Maria Rosa Quario. Avete lanciato il mito valanga rosa, come è nato tutto?
«Abbiamo dovuto lottare per cercare spazio in un mondo prevalentemente maschile. Tutto è iniziato da una selezione giovanile, insieme abbiamo costruito un gruppo portando avanti un sogno rosa. Mi ritorna un flash. Ero in funivia al Tonale con il mio allenatore Chicco Cotelli. Soli, tranquilli, salivamo e mi chiese cosa sognassi. La mia risposta fu diretta: le Olimpiadi. Credevamo in un sogno, che ha spalancato una nuova strada allo sci femminile».
Sofia Goggia, Federica Brignone. La tradizione continua. Come vede lo sport oggi?
«Il nostro slalom era una danza attorno ai pali, il segreto era il ritmo. Oggi devi essere cattivo e aggressivo e io non avrei quel carattere per emergere. Forse giocherei a calcio, ai miei tempi noi donne non potevamo».
Prossime sfide?
«Il curling mi sta appassionando parecchio. Vorrei provare a buttarmi in questa disciplina che sta dando grande lustro all’Italia».
Cosa si aspetta da queste Olimpiadi?
«Da sportiva non posso che aspettarmi il meglio. Mi dispiace che la squadra femminile sia un po’ decimata. Tifo Italia e spero che i nostri azzurri e le nostre azzurre riescano a realizzare i loro sogni, raggiungendo ciò che desiderano».
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