ABBASSO
Se lo Stato uccide chi manifesta
Sembra l’Iran, ma in realtà sono gli Stati Uniti dell’era Trump
Una dozzina di anni fa mi sono preso un mese sabbatico per fare la vita del divo di Hollywood. O meglio, più umilmente, dell'abitante di Hollywood che, per chi non lo sapesse, non è una distesa di villone con i divi barricati per evitare i paparazzi. Quella è Beverly Hills. Hollywood è un quartiere di Los Angeles grande una volta e mezza Varese e con il triplo degli abitanti, che si sviluppa attorno a Hollywood Boulevard, un viale lungo chilometri costellato di teatri, cinema e luoghi collegati alla Settima Arte. Il mio arrivo nella terra dei sogni è stato comunque a suo modo cinematografico: durante lo scalo a Salt Lake City, in mezzo alle Montagne Rocciose, mi sono perso via in aeroporto di fronte agli schermi che trasmettevano le fasi cruciali del processo a un vigilante, George Zimmerman, che aveva ucciso un ragazzo nero, Trayvon Martin, reo di aver tenuto il cappuccio sotto la pioggia e di risultare “losco” agli occhi dell'uomo. Arrivato a Los Angeles ho scoperto che era sta emessa la sentenza di assoluzione del vigilante ma, scioccamente, ho dato poco peso al fatto, inebriato com'ero dall'inizio della mia avventura. La sera però, tornando da una serata con amici, mi sono sorpreso nel vedere da lontano una fila di elicotteri a distanza di qualche decina di metri l'uno dall'altro sopra Hollywood Boulevard con i riflettori puntati a terra. Arrivato a casa scoprii che, proprio a seguito di quella sentenza, erano scoppiati moti di protesta da parte della comunità nera persino in quella che dovrebbe essere la strada che porta al mondo di un'artefatta felicità. Nei giorni seguenti il clima di tensione è stato palpabile con la polizia vista più di una volta fermare in pieno giorno turisti a caso sbattendoli a volto contro il muro anche solo per controllare i documenti. Peggio ancora la sera perché, passeggiando fra le insegne di teatri e attrazioni, bastava lanciare uno sguardo nei vicoli laterali per vedere la polizia tenere ammanettati ragazzi neri in sommari interrogatori. Fu forte lo shock da parte del me stesso ingenuo americanofilo, imbevuto di cultura di celluloide, ma gli amici che vivevano negli Stati Uniti da un po' più di tempo mi dissero di non sorprendermi, che l'America è così. Grandi sogni e grande violenza, anche da parte di chi dovrebbe garantire l'ordine. Quell'esperienza mi è tornata alla mente come uno schiaffo in questi giorni, dopo l'omicidio di Renee Good da parte di un membro dell'ICE, la polizia anti-immigrazione, a Minneapolis. Ma, se nei casi come quello di Trayvon Martin, Rodney King nel 1992 o George Floyd proprio a Minneapolis nel 2020, la motivazione razzista della violenza “settorializzava” la tragedia a diritti strumentalmente considerati d'interesse solo per una minoranza, in questo caso l'ottica è del tutto diversa. Renee, oltre a essere un'attivista non violenta, soprattutto era bianca. Particolare non secondario perché, in un paese ancora profondamente razzista, questo fattore ha portato a scendere in piazza in tutti gli Stati Uniti migliaia di persone che non mossero un dito nei casi precedenti. È triste ammetterlo ma va bene anche così, pur di fermare questa escalation che sta trasformando gli la terra del sogno americano in qualcosa di non dissimile da quell'Iran contro il quale Trump sta per scatenare l'ennesima ipocrita crociata.
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