SERIE A
«Quando i giocatori si addormentavano ai caselli autostradali». Ferraiuolo racconta
Intervista al team manager, in carica dal 2008 alla Pallacanestro Varese. «In 17 anni ne ho viste tante...»
Massimo Ferraiuolo è la voce della coscienza dello spogliatoio della Pallacanestro Varese. L’ex play di spinta della DiVarese della seconda metà degli anni ’80 sta vivendo la stagione numero 17 da team manager biancorosso ed è dunque colui che più di ogni altro è a contatto con i giocatori.
Per qualsiasi necessità, da esami medici a eventi organizzati dal club, oppure per risolvere l’emergenza della lavatrice rotta alle 3.30 del mattino. Dal 2008 ad oggi ne ha viste tantissime («Il ricordo più incredibile fu quando Willie Cauley Stein lasciò Varese: era arrivato con 12 valigie, ripartì da Malpensa con 50...») ma la stagione in corso non sembra tra le più “agitate”: «Come definirei lavorare con questo gruppo? Stimolante. C’è chi si presenta al Campus alle 9 come Nate Renfro, che ha molta cura del proprio corpo e, volendo prevenire infortuni, viene in larghissimo anticipo per farsi trattare ed essere pronto per l’allenamento. O chi chiede di fare allenamenti extra di tiro: è capitato con Freeman anche alle 10 di sera, o con Nkamhoua ad orario avanzato. A fine seduta Olivier ha avuto un problema con l’auto e siamo andati a recuperarlo…».
Come si costruisce il rapporto con i giocatori?
«L’obiettivo è creare le migliori condizioni per svolgere il proprio lavoro. Non finisce tutto con gli allenamenti e la partita: i risultati della domenica passano anche dal creare il giusto clima. Soprattutto per chi affronta la prima esperienza lontano da casa, come gli americani giovani, ogni cosa che per noi sembra banale diventa complicata. Serve sensibilità per capire gli stati d’animo e utilizzare le parole giuste al momento giusto».
Come si sceglie la modalità del dialogo?
«Conta l’aspetto caratteriale di ciascuno: con i ragazzi più esuberanti e spensierati come Moore la si butta un po’ sullo scherzo. Poi ci sono quelli che viaggiano col pilota automatico, servono approcci diversi da persona a persona».
E il rapporto con coach Kastritis?
«Molto bello fin dall’inizio: crede tanto nei rapporti umani che affronta con trasparenza e chiarezza, ha attenzione per quello che fai e si è calato con grande rispetto in una realtà che non conosceva. Alla quale però ha dato un’impronta molto forte».
Qual è il rapporto del coach con la città?
«Chiede spesso consigli per andare a visitare posti nuovi o scoprire eventi. Vedi il suo interesse per partecipare stasera al Falò di Sant’Antonio, o la curiosità di salire sulla Torre Civica per la mostra fotografica de Il Basket Siamo Noi, e la scoperta del Sacro Monte. Varese gli piace, non la vive solo come un lavoro».
I giocatori americani invece seguono altri richiami?
«Quest’anno nessuno ha famiglia, 2 o 3 di loro ricevono ogni tanto visite dalla fidanzata. Noi facciamo un allenamento unico dalle 10 alle 13; poi si recuperano le energie lasciando spazio a chi studia o chi coltiva i propri hobby. Cosa che agevola il lavoro di tutti a livello organizzativo».
I giocatori dove trascorrono il tempo libero?
«Frequentano principalmente Milano oppure il lago di Como; è più difficile far apprezzare loro le bellezze varesine, anche se ogni tanto qualcuno chiede consigli su cosa mangiare o cosa fare in città. Ma abitualmente si spostano, anche se negli ultimi anni problemi di gestione di queste trasferte non ce ne sono stati. In passato invece ricordo giocatori “ripescati” alle ore piccolissime a Milano o addormentati ai caselli autostradali».
Come ci si approccia invece a Librizzi e Assui che sono nati e cresciuti in città?
«Naturale l’attenzione maggiore per giocatori che conosci sin da quando erano giovanissimi: portano avanti i valori del club e cercano di far capire a chi arriva qui cosa significa la Pallacanestro Varese per città e tifosi. Da qui deriva anche la mia nota passione per le giovanili: creare un’idea di appartenenza è imprescindibile».
Che rapporto si crea fra i giovani, compresi quelli del vivaio, e i professionisti stranieri?
«C’è molta più unione rispetto ai miei tempi da giocatore quando c’era il blocco degli 8 italiani e 2 soli stranieri. Aspetto legato all’età perché ora arrivano americani più giovani. Oggi i nostri ragazzi conoscono e seguono il basket Usa e c’è tanta curiosità sui racconti delle esperienze NCAA o NBA: si crea un feeling importante per chi come noi prepara e spinge i suoi giovani a vivere avventure oltreoceano».
C’è differenza tra europei e americani?
«Sicuramente è più facile rapportarsi con chi ha esperienze simili all’Italia, mentre i giovani provenienti dagli USA debbono essere pilotati. Per me è molto stimolante interagire con gli italiani giovani; mi aiuta molto l’esperienza da ex giocatore nella capacità di interpretare le dinamiche di spogliatoio. Si crea un rapporto umano importante; sono rimasto in contatto con tanti ex giocatori, in particolare Kristjan Kangur che ci ha affidato suo figlio Robert per la crescita sportiva ed umana».
Giuseppe Sciascia
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