TIRANA E LIRIJA
Arrivano gli albanesi: il mondo sta cambiando
Dal 7 marzo 1991, l’Italia si era trasformata da “Paese di emigrazione” a “Paese di immigrazione”

7 marzo 1991. Al largo di Brindisi si intravedono due grosse navi, la “Tirana” e la “Lirija”. Arrivano dall’Albania e sono stracariche. Le autorità italiane le hanno intercettate ma le hanno lasciate passare: impossibile abbandonare in mezzo al mare così tanta gente. La guerra del Golfo è appena finita, l’Iraq di Saddam Hussein si è arreso da due giorni. Il mondo sta cambiando, il Muro di Berlino è caduto da soli 16 mesi, l’Occidente ha vinto la Guerra Fredda e i sistemi comunisti sono crollati.
Anche nell’impenetrabile Albania il regime traballa: morto Enver Hoxha nel 1985, il suo delfino Ramiz Alia ha promesso più democrazia. Ma le riforme sono timide, il Paese è stremato da decenni di dittatura, ha un alto livello di criminalità, una povertà intollerabile, un’economia arretrata e autarchica. Così, tanti cercano di scappare e raggiungere l’Italia. Ovvio: le coste sono a sole 45 miglia. Non solo: in Albania si vede la Tv italiana e molti hanno imparato l’italiano, almeno in modo approssimativo. E la “loro” Italia è quella raccontata dal piccolo schermo: la terra della ricchezza, della libertà, del consumismo. Un sogno, l’Eldorado.
Su quelle due navi ci sono almeno 6.500 persone, ma altre migliaia stanno arrivando su centinaia di vecchie chiatte, traghetti, pescherecci arrugginiti. Sono donne e uomini, fanciulli, anziani. Intere famiglie, vestite di stracci e senza un soldo. Affrontano un’odissea terribile: esausti, disidratati e semi assiderati navigano nella notte senza fari verso Brindisi, Molfetta, Otranto, Monopoli. Ma sono disposti a tutto: una ragazza, salita su un vecchio rimorchiatore con altre 836 persone, partorisce in mezzo al mare. Il nome della bimba, scontato: “Italia”.
Insomma, in tutto sono tra i 20 e i 30 mila. E, quando arrivano in porto, lo spettacolo è inaudito: sono abbarbicati sui pennoni, dentro le scialuppe di salvataggio, appesi fuori dagli oblò. Saltano giù da prua, dal mezzo, molti cadono, altri urlano. Un esercito di disperati, laceri, affamati e in condizioni igieniche disastrose. Hanno i volti devastati dalla stanchezza, eppure tutti alzano le due dita a “V” in segno di vittoria e urlano “Viva l’Italia”. Ma sono tanti, i moli non riescono a contenerli, e si riversano in città.
Al principio, il Paese è preso alla sprovvista: non si sa neanche come definirli. Così nasce il termine “boat-people”. Il governo è spiazzato: chiede all’Albania di fermarli, promette aiuti economici e pensa di trattenere i migranti “politici” e rimpatriare quelli “economici”. Ma come distinguerli? Mentre Giulio Andreotti propone che ogni famiglia ospiti un profugo, i brindisini si lanciano in una toccante gara di solidarietà: raccolgono pacchi di vestiti, offrono caffè e biscotti nei bar, svuotano i frigoriferi e portano per strada cibo e latte. Ma il flusso sembra inarrestabile, la città è al collasso e si diffonde un certo timore: molti negozi abbassano le saracinesche, alcuni non mandano i bambini a scuola. Temono epidemie, furti e rapine: del resto quella gente è disperata. Quei primi sbarchi segnarono la trasformazione dell’Italia da “Paese di emigrazione” a “Paese di immigrazione”. Un momento storico, ma una questione - a ben vedere - irrisolta sin dai flussi interni da Sud a Nord degli anni Sessanta.
Si cominciò allora a fare i conti non solo con la questione dei migranti e con la globalizzazione, ma con la stessa idea di identità nazionale. Ed emersero le sue due facce, forse inevitabili: da un lato il volontariato, l’aiuto spontaneo, lo slancio verso “gli altri”. Dall’altro la paura, l’insicurezza, la volontà di chiudersi nel “particulare”. Nel frattempo, l’8 agosto a Bari arrivò la “Vlora”, un’altra nave con 20 mila profughi a bordo, e le immagini degli albanesi sbarcati e rinchiusi nello stadio di calcio fecero il giro del mondo. Il mondo stava cambiando, e il ricco e democratico Occidente iniziava ad accorgersene. Eppure trent’anni dopo il dibattito sembra al punto di partenza, dominato da una polemica politica talvolta strumentale, quando non ipocrita. E non solo in Italia.
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