ARTE
L’Ultima Cena rivista da Warhol

Sfortunatamente l’opera dalla quale la mostra prende l’avvio, The Last Supper, 1987 di Andy Warhol non è presente in esposizione perché sottoposta ad operazioni di restauro, ma sarebbe stato il primo lavoro ad essere visto nella milanese Galleria del Credito Valtellinese, (fino al 26 marzo) proprietario della rivisitazione che Warhol offrì, nella storica mostra milanese Andy Warhol. Il Cenacolo, tenuta proprio in questo spazio nel 1987, del capolavoro vinciano: una fotografia del famoso affresco doppiata su tela e virata su toni magenta con un effetto che, oggi, si può facilmente riprodurre con programmi di fotoritocco ma che lascia trasparire un messaggio di cui va cercato l’intimo senso.
Ci si potrebbe chiedere se questa mostra rappresenti una semplice ripresa di una stagione espositiva dopo un forzato stop o, invece, un ultimo esemplare di mostre fisiche per lasciare spazio ad un’altra tipologia di evento espositivo. Considerando che anche il catalogo vedrà la luce solo in edizione elettronica, sembrerebbe quasi indicare l’avvento di una nuova era; l’opera di Elia Festa, Ultima cena, 2013, una rivisitazione “dinamica” dell’opera di Leonardo, in cui un groviglio di sinuose linee bianche su uno sfondo nero traccia i flussi energetici che l’autore ha individuato nell’affresco originale, punta anch’essa in quella direzione, essendo un’opera che si può immaginare fruibilissima attraverso uno schermo.
Per contro sono in mostra anche opere la cui materialità richiede necessariamente un confronto corporeo. Mi riferisco non solo a La Céne, 1988, di Spoerri in cui il tema è desacralizzato, ridotto all’assurda prospettiva (frontale e zenitale al tempo stesso) di una cena paesana che fa memoria della sua fonte solo in pochi particolari dei personaggi e dei gesti ridotti a semplici larve degli originali. Spoerri ci pone davanti ad una rappresentazione privata di ogni traccia del pathos emotivo presente in Leonardo.
Ma anche alla teatrale e apocalittica rivisitazione di Filippo Avalle: una “scatola” luminosa nella quale diverse quinte compongono un’immagine ricchissima di dettagli che possono essere apprezzati solo assumendo uno sguardo laterale per sfalsare i diversi piani compositivi su cui convivono personaggi, oggetti, simboli, architetture che sembrano irradiarsi da un misterioso centro e rarefarsi alla potenza della luce che si sprigiona dalla parte inferiore dell’opera. Da una certa distanza, l’impressione è quella di star per essere investiti dall’espansione di una stella. In questa riproposizione l’autore sembra voler dar forma non al momento della rivelazione del tradimento, come Leonardo, ma a quello dell’istituzione dell’Eucaristia: l’irruzione di un mondo nuovo che appare in tutta la sua potenza. Al dispositivo espositivo si aggiunge quello documentario-narrativo.
In teche, al centro del lungo spazio, sono presentati documenti-opere, legati al capolavoro vinciano, testimonianza dell’attività culturale dell’Istituto bancario iniziata proprio nel 1987. Documenti curiosi di quella lontana serata: il poster originale e il bozzetto, le fotografie di Maria Mulas, alcuni numeri della rivista Andy Warhol’s Interview contrassegnati da un timbro emesso dallo scopritore di Warhol, il gallerista Alexandre Iolas; ed anche l’opera di Damien Hirst The Last Supper® Damienhirst, 2000, una serie di 13 screenprints, in cui nomi di piatti ed alimenti sono riprodotti sulla confezione di noti farmaci: una sorta di pasto pulito e asettico. Un’opera che dimostra la possibilità dell’artista inglese, lasciate da parte le manie necrofile, di farsi carico dei temi che più lo interessano (la morte, l’ossessione per la salute…) in modo ironico e curioso.
© Riproduzione Riservata