L’ANALISI
«Ecco dove va il nostro mondo»
Il varesino De Molli (Teha) valuta gli effetti della Trumponomics
Nel suo intervento introduttivo alla 37esima edizione del workshop “Lo scenario dell’economia e della finanza” di oggi e domani, l’amministratore delegato di TEHA, il varesino Valerio De Molli, fa il punto sullo scenario geopolitico sempre più incerto, che impone una presa di coscienza da parte dell’Europa.
L’onore dei dazi è ricaduto sugli americani
De Molli riporta che «l’indice di incertezza del commercio globale del Fondo Monetario Internazionale (IMF) ha sfiorato i 275 punti nel 2025, il valore più alto di sempre e quasi 25 volte la media dell’ultimo trentennio». Per l’ad di TEHA «è innegabile che gran parte di questa incertezza sia attribuibile alla politica estera della seconda presidenza Trump». Sottolinea che «l’IMF ha realizzato lo USA Uncertainty Spillover Index, che calcola la quota di incertezza riconducibile agli Stati Uniti. Nel 2025, il dato è pari al 23%, quasi 5 volte la media storica del 5%». Valerio De Molli ritiene che le preoccupazioni siano destinate a proseguire nel 2026. Cita i numerosi eventi in cui gli Stati Uniti sono protagonisti e che hanno già segnato i primi mesi dell’anno, come l’operazione speciale in Venezuela, l’attacco militare con l’esercito israeliano in Iran e le minacce rivolte a Cuba e Groenlandia. A ciò si aggiungano i dazi universali al 15% imposti da Trump in risposta alla sentenza della Corte Suprema statunitense che ha reso illegittima larga parte dei dazi. Per l’ad di TEHA lo scenario stimola due quesiti. Nel primo ci si chiede se la Trumponomics stia avendo effetti positivi sull’economia statunitense. Secondo i dati TEHA, «nel 2025 gli USA hanno registrato un deficit commerciale di beni di oltre 1.240 miliardi di dollari, il peggior dato di sempre. Secondo un rapporto della Federal Reserve Bank di New York, il 90% dell’onere dei dazi è ricaduto sui cittadini e le imprese americane».
La crescita della soglia di povertà
Infine, nonostante «le entrate tariffarie del governo federale sono state di 264 miliardi di dollari nel 2025, oltre 3 volte il quantitativo raccolto l’anno precedente (79 miliardi)», queste dovranno in gran parte essere rimborsate in seguito alla sentenza della Corte Suprema USA del 20 febbraio che ha accolto i ricorsi degli importatori. Il tutto a un costo totale tra i 130 e i 175 miliardi di dollari, secondo le stime di TEHA. Si aggiunga che, come riporta De Molli, «il 2025 è stato l’anno peggiore per il dollaro in oltre 50 anni, con una svalutazione del 14% sull’euro». L’amministratore delegato evidenzia che si tratta di «un paradosso storico: la valuta del Paese che ha impostato dazi per proteggere la propria economia è quella che ne ha pagato il prezzo più alto sui mercati valutari». A ciò si aggiunga che «gli statunitensi sotto la soglia di povertà sono quasi 44 milioni, il dato peggiore dell’ultimo decennio», e che secondo una ricerca di Yale la contrazione del potere d’acquisto reale potrebbe portare altri 875mila statunitensi al di sotto della soglia di povertà quest’anno.
Il rientro dei capitali europei
L’ad di TEHA sottolinea che il tasso di risparmio delle famiglie rispetto al reddito disponibile è precipitato al 4,5% e si avvicina al dato peggiore registrato, il 4,1% causato dalla crisi di Lehman Brothers nel 2008. Tutto ciò ha destabilizzato il Paese: per le Nazioni Unite sono state oltre 20mila le manifestazioni di protesta nel 2025 negli USA, dove è cresciuto in modo esponenziale il grado di violenza poliziesca ai danni di civili. Aggraverebbe la situazione il rientro dei capitali europei investiti negli USA. De Molli riferisce che si tratta di quasi 3 trilioni di euro di investimenti diretti, 8 trilioni investiti nel mercato azionario e 3 nel debito pubblico statunitense.
In caso di rientro, per De Molli «l’amministrazione Trump dovrebbe fronteggiare un debito pubblico insostenibile, tassi d’interesse elevati e un crescente costo del capitale». Un futuro reso incerto anche dalle implicazioni che avranno le quasi 50mila richieste di iscrizioni di studenti internazionali in meno. Una contrazione del 17% rispetto al 2024.
L’Unione europea più solida e affidabile
«Ipotizzando che il tasso di decrescita resti costante - dice De Molli -, in meno di 5 anni gli studenti internazionali si azzererebbero, con un impatto economico negativo di 55 miliardi di dollari l’anno secondo le stime del Dipartimento del Commercio statunitense». De Molli si interroga poi sulle implicazioni per l’Unione europea. «È anzitutto da precisare che la Trumponomics non ha avuto impatti negativi sul commercio internazionale, cresciuto del 4%, il doppio rispetto alle stime dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e nemmeno sulla crescita del PIL globale, +3,3% nel 2025».
Per De Molli però le ricadute più positive sono il rinnovato orgoglio europeo e soprattutto «la possibilità per l’UE di affermarsi come punto di riferimento globale, solido e affidabile».
Incremento del Pil entro il 2030
L’ad riconosce le critiche poste ai 27 sulla lentezza dei complessi sistemi di governance e i ritardi nel completamento del mercato unico, ma si concentra sulla “scossa elettrica” che la Trumponomics ha dato all’UE. Da ciò deriva per De Molli la partnership commerciale con l’India che, dopo 19 anni di negoziazione, secondo le stime della Commissione, porterà «un aumento delle esportazioni annue di merci dell’UE verso l’India del 108% entro il 2023 e l’eliminazione del 90% dei dazi, per un risparmio complessivo di 4 miliardi di euro l’anno per gli esportatori europei». Idem per l’accordo con il Mercosur, in gestazione per 25 anni, foriero secondo la Commissione di oltre 77,6 miliardi di euro di aumento del PIL dell’UE nel 2040 e fino a 600mila posti di lavoro aggiuntivi in UE. «Le stime di TEHA mostrano che l’export europeo verso il Mercosur - riporta De Molli - potrà crescere del 140% nei prossimi 15 anni, fino a raggiungere i 132 miliardi di euro al 20240».
Stesso discorso per Indonesia e Australia, i cui accordi hanno richiesto rispettivamente 9 e 8 anni e che garantiranno il primo un risparmio annuo di 600 milioni di euro per gli esportatori europei e il secondo un incremento di 4 miliardi del PIL europeo entro il 2030.
I punti di forza dell’Europa
L’ad di TEHA sottolinea che «la Commissione europea sta elaborando strategie per mobilitare gli oltre 10mila miliardi di risparmi delle famiglie europee che, se investiti in economia reale, potrebbero generare fino a 500 miliardi aggiuntivi di PIL». Secondo Valerio De Molli poi l’Unione europea può sostituire gli USA nella transizione energetica. «L’Europa, col suo impegno nella decarbonizzazione e nella ricerca e sviluppo, è di nuovo una destinazione più attraente per gli investitori orientati alla sostenibilità». Seguono gli investimenti nel settore tech, con l’Europa in recupero dopo gli anni di ritardo rispetto a USA e Cina. «L’UE ospita ancora poche grandi aziende tech globali (solo 6 tra le 100 più grandi) - riconosce De Molli - ma sta emergendo una nuova generazione di startup con maggiori investimenti».
L’ad di TEHA cita la crescita da 22 a 85 miliardi di dollari degli investimenti di venture capital nelle startup europee. Tutto ciò attrae talenti, con le università europee che ospitano oggi oltre 1 milione di studenti internazionali e un +117% di candidature ai bandi dell’European Research Center da parte di ricercatori basati negli USA. Ciò si deve aggiungere, secondo De Molli, al sistema di welfare europeo da vanto, sostenuto da una spesa di quasi 5 trilioni di euro nel 2024, e una diminuzione del tasso di persone a rischio di povertà dal 16,5% del 2019 al 14,1% del 2024.
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