MILANO
«La Lombardia fa miracoli. E lavoriamo per una mentalità diversa»
L’assessore regionale allo Sviluppo Economico, Guido Guidesi: «Vediamo le criticità, abbiamo cambiato metodo per influenzare il futuro»
«La Lombardia non cresce». L’allarme l’ha lanciato proprio ieri su La Prealpina Emilio Del Bono, l’ex sindaco di Brescia, vicepresidente di Regione, tra i papabili di centrosinistra per la candidatura a governatore della Lombardia. I dati sono impietosi e la crisi tocca tutti i portafogli. Ma l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi (Lega) rimette la palla al centro. «La Lombardia, nei limiti del possibile, fa miracoli rispetto al resto d’Italia e d’Europa. Grazie alla Regione continua a parlare lo stesso linguaggio delle imprese, nel tentativo di migliorarsi. Se mi permette, pur nel mio ruolo di assessore che ho sempre voluto fosse al di sopra delle parti e nell’esclusivo interesse dei lombardi, vorrei anche fare una sottolineatura politica: parlare male della Lombardia è un modo del centrosinistra per confermare la sconfitta dal punto di vista elettorale. Io, invece, voglio valorizzare la Lombardia».
Restano le criticità, più volte espresse anche da lei, nel misurarsi con il contesto nazionale ed europeo.
«È vero, infatti abbiamo cambiato atteggiamento a livello di interlocuzione europea, l’abbiamo spostata sul lavoro di squadra, interfacciandoci con gli altri territori europei che contribuiscono al Pil».
Ci spieghi meglio
«Il modo migliore per influenzare il futuro è cambiando il metodo, passando dalla critica pura alla critica positiva. Non è che non vedo i problemi. Sia io sia il presidente Attilio Fontana abbiamo più volte messo in luce le criticità di un’impostazione sbagliata che rischia di penalizzare la regione e i territori. Proprio per questo ci impegniamo, al fianco delle imprese e delle associazioni datoriali, per portare avanti una mentalità diversa. Che sia davvero al servizio di chi rappresentiamo».
L’Europa, però, lo avete più o meno detto diverse volte, è un macigno che non si smuove.
«La principale criticità è determinata dalla discrepanza delle contingenze economiche che cambiano velocemente, rispetto alla risposta che è rigida. L’esempio dell’Automotive è lampante. La sostenibilità non può essere ottenuta azzerando la filiera. Noi ci siamo mossi con le altre regioni virtuose per garantire la libertà d’azione e non l’ideologia. È un obbligo e un dovere provarci. Qualche risultato c’è stato, ma dobbiamo continuare a pungolare in maniera critica e costruttiva».
Sui fondi di coesione avete perso la battaglia. Non vanno allo sviluppo e alla crescita dei territori ma, come al solito, vengono indirizzati verso le emergenze. Così viene meno un principio base della democrazia reale.
«È vero, è sbagliato cancellare l’unico momento di coordinamento con il territorio. Così viene meno, lo vorrei sottolineare, il pensiero maroniano che mette al centro la collaborazione con i territori e la necessità che le nuove generazioni si sentano davvero europee. Azzerando i fondi la commissione europea, indirettamente, finisce per far vincere il sovranismo e perdere l’autonomia».
Sì, ma anche il governo di centrodestra non è che la pensi in modo tanto diverso. Anzi.
«Infatti mi aspetto dal mio movimento a Roma lo stesso atteggiamento che ha in Lombardia. La Lega deve fare questa battaglia. Sennò finisce come sulle province: si toglie la democrazia in nome di una riforma che riforma non c’è».
La Lega un tempo si chiamava Nord. Se lo ricorda?
«Certo. Lo dico e lo ripeto da assessore che lavora nella prima regione manifatturiera e contribuisce in maniera maggiore al gettito fiscale e al fatturato dell’Italia. Questa regione traina il Paese. Non bisogna darlo per scontato. Può continuare a farlo solo se sarà messa nelle condizioni di poterlo fare. Che devono essere le stesse dei land tedeschi e delle più moderne regioni spagnole. Non possiamo avere blocchi di partenza più indietro dei loro. Mi aspetto, quindi, che il mio movimento cerchi di mettere la Lombardia a trainare il treno Italia avendo più autonomia e più competenze. A beneficio di tutto il Paese».
Sta parlando da futuro candidato candidato governatore del centrodestra?
«Per carità. Quello che conta non è il nome ma in che condizioni lo mettiamo ad operare questo benedetto presidente. Se si insiste sulla centralizzazione dei fondi di coesione, significa che abbiamo imboccato la strada sbagliata».
Tornando alla politica, è vero che in Lega si parla di commissariamento del segretario Matteo Salvini?
«Servono contenuti, non coltelli in questo momento. Io penso che non bisogna dimenticare quello che di buono ha fatto Salvini per la Lega. Partendo da ciò bisogna rilanciare il ruolo del partito sulla sua natura, sul suo know how che è ciò che facciamo meglio. E dunque è l’attenzione ai territori. Dobbiamo tornare ad avere questo come principale obiettivo e metodo perché è quello che ci riesce meglio. Come quando un attaccante viene servito da un cross in area e segna di testa. Abbiamo la filiera degli amministratori locali migliori. Abbiamo due dei più giovani governatori d’Italia in Veneto e Friuli. Cosa ci manca? Una ancora più marcata sindacalizzazione territoriale ed essere maggiormente protagonisti».
Anche perché, in questo momento, il protagonista della scena politica è uno come Roberto Vannacci
«Ciò che lui dice sui temi della sicurezza e dell’immigrazione riscontra in me condivisione. Ma è l’unica cosa che condivido. Su questi argomenti, è vero, si deve fare di più. Per il resto è all’estremo opposto del leghismo. Quando ero giovanissimo dirigente territoriale il mio avversario era il centralismo e lo statalismo. Ciò che lui incarna e ciò che continuo a combattere».
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