LA SENTENZA
I farmaci erano scaduti. Il dentista non ha colpe
Condannato a Busto in primo grado, assolto in appello a Milano
La piena riabilitazione giudiziaria per il dentista titolare di un avviato studio in centro città a Busto Arsizio accusato di aver somministrato ai suoi pazienti farmaci scaduti è giunta al termine del giudizio d’appello. In accoglimento, infatti, di uno dei motivi inseriti nel corposo ricorso redatto dall’avvocato Simona Virginia Cicorella, i giudici della quarta sezione penale della Corte d’Appello di Milano (presidente Vincenzo Tutinelli) hanno emesso sentenza di assoluzione nei confronti del sessantaquattrenne professionista. Assoluzione con una formula che non lascia adito a dubbi di sorta: «Perché il fatto non è previsto dalla legge come reato».
Tutto era partito da una serie di controlli di natura fiscale di routine effettuati dalla Guardia di Finanza nei confronti di alcuni studi dentistici della città. Durante lo svolgimento di questa attività, l’attenzione dei militari delle Fiamme Gialle, rispetto all’ambulatorio del professionista poi finito sotto processo, era caduta su una trentina di confezioni di medicinali e prodotti sanitari descritti come «guasti, imperfetti o scaduti», che erano stati rinvenuti in alcuni casi anche in prossimità della poltrona del paziente.
Nel mirino dei finanziari, tra gli altri, erano finite, tra le altre cose, anche un paio di fiale di adrenalina, nonché una sacca di soluzione fisiologica. Il diretto interessato nel processo aperto davanti al Tribunale di Busto Arsizio aveva spiegato che la maggior parte dei prodotti “isolati” durante la perquisizione messa a segno dalla Finanza non erano affatto medicinali, bensì dispositivi medici o, al più, prodotti galenici.
Le fiale di adrenalina scadute? Il dentista aveva spiegato che una delle fiale era per uso personale e l’altra, che utilizzava alla bisogna per i pazienti, era rimasta nel frigorifero dello studio perché, anziché buttarla, se ne serviva per lavare i tubicini di alcune apparecchiature odontotecniche. Le argomentazioni difensive non avevano convinto il Tribunale di Busto Arsizio che, pur riqualificando la contestazione originale, lo aveva condannato a tre mesi e 10 giorni di reclusione (sebbene con il beneficio della condizionale) più 60 euro di multa per il reato di tentata somministrazione di farmaci guasti o imperfetti.
Nello specifico, le due fiale di adrenalina e la sacca di soluzione fisiologia (sul resto dei prodotti inseriti nel capo d’imputazione era stato assolto). «Peccato che questa nuova formulazione del reato contestato da parte del Tribunale di Busto, che mi permetto di definire “creativa”, sia del tutto destituita di fondamento. Di più, siamo di fronte a una norma che non esiste», aveva scritto, stigmatizzando l’accaduto, l’avvocato Simona Cicorella nel proprio atto d’impugnazione, peraltro corroborata nella sua tesi da un recente orientamento della Corte di Cassazione in materia.
«Se mi limito a tenere, magari per dimenticanza, i medicinali scaduti in un cassetto e non li somministro a nessuno come posso mettere in atto una condotta potenzialmente pericolosa? Con la sentenza di primo grado si è finito per violare il principio di offensività perché si è punito un comportamento che non ha leso né posto in pericolo la salute dei pazienti del mio assistito». A sanare il tutto ci ha pensato la sentenza di assoluzione con formula piena della Corte d’Appello del capoluogo lombardo.
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