LE OPINIONI
Kilmer risorge e il cinema non si sente molto bene
Per la prima volta esce un film in cui la AI riporta in vita un attore morto
Qualche anno fa, su queste pagine, scrivemmo un articolo sul tema dell'Intelligenza Artificiale al cinema: in breve, esprimevamo il timore che il futuro della settima arte fosse quello nel quale produttori a corto di idee sfruttassero il mezzo tecnologico per rifilarci film con attori creati dal computer. Non più solo personaggi generati da abili programmatori, come del resto già accade da tempo, né finti attori digitali come in un film con Al Pacino intitolato “S1mOne”, ma addirittura divi di una volta, ormai passati a miglior vita e riprodotti a un livello di tale fedeltà, voce compresa, da renderli indistinguibili dall'originale. Ne è passata di acqua sotto i ponti, c'è chi come Matthew McConaughey ha blindato la propria immagine anche post mortem perché non venga riutilizzata, e i sindacati degli attori hanno protestato di fronte a una prospettiva catastrofica anche solo sul piano occupazionale. Ma, si sa, the show must go on e il progresso, per definizione, non si ferma mai, quindi finalmente ci siamo. È in uscita infatti un film, intitolato "As Deep as the Grave", che vede tra i protagonisti un divo del passato che non è più su questa terra. Si tratta di Val Kilmer, antagonista di Tom Cruise in “Top Gun” e magnifico Jim Morrison nel biopic sui Doors di Oliver Stone. Gli autori, in collaborazione con la famiglia dello stesso Kilmer, hanno ricreato il suo volto e la sua voce con il computer e c'è già chi parla di una possibile candidatura all'Oscar postuma per l'attore scomparso un anno fa. Fantascienza, viene da dire, ma ci aspettiamo di tutto anche se, in realtà, non è solo una questione di premi o tecnologia. Per comprendere perché è necessario capire che l’AI non crea nulla: semplicemente rielabora quello che trova nell'immenso archivio del web. E siccome ha un cervellone enorme, ha anche possibilità che, genericamente, si potrebbero definire infinite. Ma le parole sono importanti, mai come in questo caso, visto che le “infinite” possibilità sono in realtà finite il giorno in cui Kilmer è morto. La sua creatività di attore, il suo cambiare nel tempo, maturare come interprete, tutto questo è morto con lui. Ma gli Studios fanno un altro ragionamento nel quale la creatività non è un elemento di peso: un attore sintetico non invecchia, non si ammala e soprattutto non fa i capricci. Questione di soldi, insomma, non certo una battaglia fra geek, i talebani della tecnologia, e passatisti. In fondo il cinema è sempre stato anche artificio, trucco, montaggio, evoluzione tecnica. Ma ogni innovazione, per essere davvero al servizio dell’arte, dovrebbe amplificare il talento umano, non prescinderne ripescando dall’archivio del già fatto. Se invece si accetta l’idea che l’attore sia un elemento che non crea ma riproduce e basta, si sdogana il concetto secondo il quale l’opera d’arte sia riproducibile. La questione, dunque, riguarda il futuro di un’industria che deve decidere se continuare a credere nella presenza, nella vulnerabilità e nell’unicità di chi interpreta una storia, oppure affidarsi a simulazioni sempre più sofisticate. Perché, nel momento in cui un algoritmo potrà essere celebrato come un attore, Hollywood rischierà di trasformarsi da fabbrica dei sogni in archivio del già vissuto, dove il battito del cinema non nasce più da un corpo, ma da una perfetta imitazione.
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