DAL CARROCCIO IN POI
«Lega unita. Partendo da Varese»
Il patriarca Leoni a Salvini: «Tavola rotonda in Prealpina». «Il testamento politico di Bossi»
Riunire la Lega, mettere da parte le contrapposizioni, ricucire gli strappi. Recuperare i delusi dalla linea Salvini. «Questo mi ha chiesto Umberto Bossi 15 giorni prima della sua morte. È il testamento del capo». Parola di Giuseppe Leoni, il “patriarca”. Ospite in Prealpina, il fondatore del Carroccio - sì, Leoni era con Bossi all’atto costitutivo dal notaio -, lancia l’operazione ecumenica della riappacificazione. Che suona appunto così: tutti coloro che si riconoscono nei valori della Lega, che ne ha fatto parte, tornino alla casa madre. «Anche perché il consenso sta diminuendo», osserva Leoni. «Ho mandato un messaggio a Matteo Salvini, sottoponendogli questa soluzione... ». Come procedere? Un incontro per rafforzare le buone intenzioni? Un forum in Prealpina. «Sarebbe ottimo, questo è un giornale dalle grandi tradizioni e dalla grande attenzione al nostro territorio, che sono poi anche le prerogative da sempre della Lega». Tradizioni e territorio appunto.
Leoni interpreta dunque la Lega della primissima ora. Eletto in Consiglio comunale a Varese, debuttò con un discorso in dialetto, poi la strada verso Roma. In Parlamento con l’Umberto.
Parola d’ordine è quindi unità?
«Guardi, la moglie di Bossi, Manuela, mi ha ricordato che occorre andare a riprendere anche gli amici che magari sono usciti, che hanno cambiato idea, che si sono raffreddati nel progetto. Questo voleva Bossi. Mi sento questo impegno come se avessi la fiaccola olimpica da portare e me l’avesse accesa Umberto col suo sigaro».
Il momento è critico...
«Stiamo perdendo voti. Dobbiamo andare a riprenderli soprattutto tra chi, pur avendo le nostre idee, non sta andando alle urne. In questo senso è necessaria una riappacificazione di tutti. Penso che sia utile anche agli amici che sono in Parlamento: con questi numeri, la metà non ci torna al prossimo giro».
Linea politica: ritorno al caro tema del Nord?
«È stato, pensi, il tema del mio intervento in dialetto in Consiglio comunale a Varese. Me l’ero presa con Roma e con situazioni inaccettabili che c’erano nel Meridione. Il Nord certo è in cima ai pensieri: come Lega siamo nati per questo, per difendere il nostro territorio. Se poi dobbiamo fare il ponte sullo Stretto, facciamolo, ma non dimentichiamo quali sono le nostre origini».
La leadeship di Salvini: c’è chi auspica un avvicendamento...
(Leoni ci riflette un po’) «Non c’è una figura già pronta e comunque i partiti sono fatti con le idee prima ancora delle persone. E sono i congressi a decidere la sorte dei segretari».
L’autonomia era la stella polare della Lega. C’è ancora, indica anche adesso la strada da seguire?
«Il progetto più importante della Lega, che io ho approfondito sin dall’inizio, era ed è quello del federalismo. L’intento politico deve essere quello di trasformare lo Stato centrale in un moderno stato federale. Di esempi ce ne sono in giro... ».
Quali?
«Abbiamo la Confederazione Svizzera, anche se è grande come la Lombardia. Però c'è anche la Germania e in giro per il mondo abbiamo il Brasile, gli Stati Uniti».
Un ricordo curioso che la stringe a Umberto Bossi.
«Urca, ce ne sono così tanti. Mi faccia pensare. Ecco posso raccontare di quando nell’87 andammo insieme per la mia prima volta a Roma. Era il 3 luglio. Io non sapevo granché della politica, quella che viene fatta a Roma, Bossi invece aveva già le idee chiare. E mi mise in guardia: guarda che cercheranno di comprarci, tu devi stare attento perché sei giovane e ti metteranno addosso qualche donna. E per evitare questo pericolo, sono finito a dormire negli anni da parlamentare a casa di una famiglia che controllava i miei orari e le mie abitudini. Vado avanti con questo aneddoto?».
Sì, certo...
«Facevo 70 gradini per andare in quella casa a Roma. Avevo solo una stanza, sembrava la la camera di Van Gogh, c’era un lettino appoggiato al muro. Non c’era riscaldamento e non c’era acqua calda. Andavo in Parlamento per farmi la barba».
Torniamo alla politica odierna. Che cosa ne pensa dello strappo col Generale Vannacci?
«Ringrazio il Signore che se ne sia andato portandosi via tutti i fascisti della Lega. Con lui non mi sentivo tranquillo, i militari li ho sempre visti un po’ pericolosi».
Però il Generale portava voti...
«Vero e potrebbe strapparci un po’ di consenso. Anche per questo serve una Lega più forte, che sappia resistere anche a questo colpo. Se Vannacci va al 4 o al 5% come dicono, creerà dei posti a Roma».
Le faccio qualche nome. Giancarlo Giorgetti.
«Se Bossi era il mio fratello maggiore, Giancarlo è il mio fratello minore. È uno di quelli che quando gli mando un messaggio mi risponde subito. Giorgetti, oltre che essere molto valido, è davvero una brava persona».
Attilio Fontana...
«Attilio è stato il mio avvocato, l’ho portato io in Lega e l’ho sponsorizzato. Anche lui è bravo come uomo, onesto, capace, corretto nei rapporti».
E ora Marco Reguzzoni...
«Lo ricordo ragazzino, era venuto a trovarmi a casa mia che aveva 16 anni. Era pieno di entusiasmo. Grandi capacità, grande intelligenza. Peccato che abbia tolto la camicia verde per mettere quella tricolore di Forza Italia. Ma le porte in politica non bisogna mai chiuderle a nessuno». Soprattutto se l’obiettivo è la riappacificazione...
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