LA SENTENZA
«Maltrattava la madre»: condanna confermata per Riccardo Bossi
Anche i giudici d'Appello lo hanno ritenuto colpevole
La prima sezione penale della Corte d’Appello di Milano ha confermato la sentenza di condanna del Tribunale di Varese a carico di Riccardo Bossi per maltrattamenti nei confronti della madre. Non più tardi di un anno fa, la giudice varesina Rossana Basile aveva condannato il primogenito di Umberto Bossi a un anno e quattro mesi di reclusione.
Il difensore del figlio del fondatore della Lega, morto il 19 marzo scorso, l’avvocato Federico Magnante, che aveva ottenuto la trattazione del procedimento in camera di consiglio, ha già preannunciato ricorso per Cassazione contro la sentenza del collegio della Corte d’Appello presieduto dal giudice Alessandro Santangelo.
La Procura Generale ambrosiana aveva chiesto la conferma del verdetto di primo grado, sposando in pieno la ricostruzione fatta nel corso del processo di primo grado dalla pm varesina Antonia Rombolà.
Quest’ultima, in sede di requisitoria, non aveva mancato di dare risalto alle vessazioni, alle minacce e ai reiterati episodi di violenza fisica commessi ai danni della mamma, Gigliola Guidali, che aveva sposato il Senatur nel lontano 1975.
Le ipotesi di reato risalgono a una decina d’anni fa, quando la prima moglie di Umberto aveva dato ospitalità a Riccardo nella propria casa di Azzate dopo che il quarantasettenne era stato sfrattato dalla sua abitazione per non aver pagato l’affitto. La rappresentante della pubblica accusa aveva inoltre rimarcato le pressanti richieste di denaro messe in atto da parte del figlio. Per convincere la madre ad aprire i cordoni della borsa, l’avrebbe infatti tempestata di messaggi e avrebbe minacciato di vendere alcuni suoi preziosi. In uno degli scatti d’ira le avrebbe versato la lettiera del gatto nel letto, mentre in un’altra occasione l’avrebbe spinta contro il muro. Originariamente erano state contestate a Riccardo Bossi anche le lesioni, un’imputazione poi caduta nel momento in cui la mamma ha ritirato la denuncia. La donna non ha potuto fare lo stesso per la contestazione del reato di maltrattamenti in famiglia, per la quale si procede d’ufficio. Ascoltata come testimone a Varese, la donna aveva cercato di ridimensionare la portata delle accuse, aggiungendo di aver ritrovato un rapporto sereno col figlio.
Su Riccardo, peraltro, grava anche una condanna a due anni e mezzo emessa nel 2025 dal Tribunale di Busto Arsizio: avrebbe dichiarato il falso nell’autocertificazione presentata per ottenere il reddito di cittadinanza e così avrebbe ricevuto dodicimila euro dall’Inps senza averne titolo.
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