A PIEDI
Monte Gridone: il Limidario e il fascino della vetta
Un trekking per camminare lungo il confine italo-svizzero. La vetta dipinta da Hodler è dominata da una croce monumentale. Storie secolari e leggende notturne incantano gli avventori
Sul versante italiano si chiama Limidario, nella sottostante Brissago prende invece il nome di Gridone. E nel Locarnese, nelle Centovalli e nel resto del Ticino il toponimo più diffuso è Ghiridone. Tre nomi, un record, ma un unico comun denominatore: la bellezza. Il monte Gridone è la montagna simbolo dell’alto lago Maggiore. Rocciosa e imponente, seppure arrivi “solo” a 2.187 m di quota, domina Locarno, Ascona e Brissago e si vede benissimo dal piano di Magadino e dalla sponda orientale del Verbano. Rimanendo costantemente al confine tra Italia e Svizzera, uno dei due punti ideali per la partenza verso la vetta del Gridone è il piccolo nucleo di Cortaccio (Canton Ticino), raggiungibile in auto lungo una strada stretta, asfaltata e ben tenuta di montagna che porta fino a 1.040 m.
La prima parte della camminata si inerpica nel bosco, girando a destra al primo bivio subito dopo Cortaccio, mentre da sinistra arriva il sentiero da cui si giungerà al ritorno. In breve tempo si arriva a un’altra biforcazione nei pressi della località Penseverone: a sinistra è indicato il sentiero “soft” che sale al Rifugio al Legn passando da Vantarone, a destra il sentiero “molto ripido” che porta alla capanna tramite una direttissima. Si possono scegliere entrambe le strade, a seconda dei gusti e della gamba perché, in ogni caso, si approda al Rifugio al Legn, a 1.802 m, uno dei punti più panoramici sul lago Maggiore. Inaugurato il 19 agosto 1995, è situato su un minuscolo terrazzo dal quale si gode un grande abbraccio sul Verbano e sulle montagne circostanti. Ormai gli alberi hanno lasciato da un pezzo il posto all’erba mentre, salendo più in alto, iniziano tratti rocciosi più o meno estesi. Accompagnati dalle vette del Fumadiga che si issano accanto al tragitto, si arriva alla Bocchetta di Valle (1.948 m) per poi proseguire verso la cresta a 2.139 m. Qui si gira a destra e si prosegue per la comoda dorsale che porta alla croce del Gridone. Nell’ultimo pezzettino bisogna prestare attenzione a dove si appoggiano i piedi, ma il sentiero non supera mai il livello E (Escursionistico). Sulla cresta il gioco delle rocce affacciate sul Locarnese dà vita a una danza di scenari spettacolari, soprattutto in una giornata tersa.
Al pari delle cime prealpine più imponenti, anche il Gridone (2.187 m) ha come tradizionale riferimento panoramico la “Madonnina del Duomo” che, alcuni, giurano di poter scorgere dalla vetta. Specialmente d’estate, poi, nelle chiare notti di luna, in molti compiono la salita al Gridone per ammirare un incantevole vista. Secondo alcune testimonianze, infatti, di notte si possono addirittura vedere le scie luminose dei tram di Milano. Vero? Falso? Non resta che provare. Di certo di questa vetta, che porta i segni della corrosione dei ghiacciai, si parla da secoli. Nel 1860 il naturalista ticinese Luigi Lavizzari, scriveva: «Di lassù volgevamo l’occhio con ansia, quasi impauriti dall’aspetto degli abissi che circondano l’aerea rupe». Oltre all’ampia vista sulle cime del Canton Ticino, particolarmente vasta e imponente è quella sul monte Rosa, sui quattromila del Vallese, sui laghi e sulla Pianura padana. Ne fu colpito anche Ferdinand Hodler, che decise di immortalare il Gridone in un suo dipinto del 1893. La croce che indica la cima fu invece eretta negli anni Trenta, su iniziativa di don Augusto Giugni. L’impresa di issarla fin sulla sommità non fu uno scherzo: si trattava di portare oltre i 2.000 metri il materiale occorrente per realizzare una monumentale croce in ferro. Al trasporto presero parte molti abitanti delle valli: con la gerla, con la cadola o sulle spalle si portavano i pezzi della croce, che venne inaugurata il 1° agosto 1934.
Salutata la croce si torna sui propri passi e, arrivati al primo bivio, anziché scendere verso la Bocchetta di Valle, si prosegue dritti. Qui, in discesa, si devono passare un paio di brevi tratti attrezzati, tutto sommato semplici e senza tratti esposti, ma da affrontare con attenzione e passo fermo, per poi piegare a sinistra e, dopo aver attraversato gli alpeggi di Pianone e Rescerasca, si torna in quel di Cortaccio.
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