LA MOSTRA
Orson Welles, dalla radio a Quarto Potere
Il percorso alla Mole Antonelliana vanta oltre 400 pezzi che ripercorrono la carriera come tributo al maestro del cinema
La Mole Antonelliana di Torino presta la sua imponente struttura per ospitare fino al 5 ottobre 2026 la mostra dedicata al grande maestro del cinema americano: My name is Orson Welles. Allestita lungo la spettacolare rampa elicoidale dell’Aula del Tempio della Mole Antonelliana, la mostra ripercorre la vita e la carriera del grande regista attraverso più di quattrocento pezzi tra fotografie, documenti d’archivio, disegni, manifesti, materiali audiovisivi e installazioni provenienti da collezioni pubbliche e private e alcune, mai esposte, dal Fondo Orson Welles del Museo Nazionale del Cinema stesso. Un degno tributo, diviso in cinque aree tematiche, a quello che da molti viene considerato il più grande regista di tutti i tempi, spesso incompreso e certamente più apprezzato in Europa che nel suo Paese. Non solo regista cinematografico, ma anche prestigiatore, attore poliedrico (raggiungerà l’apice della sua carriera interpretativa con il personaggio di Falstaff nel film omonimo da lui diretto nel 1965) e cronista radiofonico. La mostra ha inizio proprio nella chapelle del Caffè Torino che si trasforma nello studio radiofonico della RKO dal quale un irriverente Welles ventitreenne aveva terrorizzato i radioascoltatori con la sua “La guerra dei mondi”, creando il panico in tutto il paese il quale, intimorito dai fatti bellici in corso nel vecchio continente, si riversò nelle strade e si diede alla fuga. Dovette chiedere scusa pubblicamente per l’accaduto e per evitare la prigione, ma fu fiero di dimostrare al mondo intero la potenza di quel mezzo di comunicazione. Lo scherzetto in questione gli portò grande popolarità e un contratto a Hollywood. Per la prima volta infatti veniva concesso a un regista piena libertà tecnica ed esecutiva per la produzione di un film e fu da questi presupposti che nacque Citizen Kane (Quarto potere) nel 1941. Osteggiato nella distribuzione in America, venne poi considerato all’unanimità il film più simbolico e rivoluzionario della storia del cinema mondiale. Welles portò nel cinema, quasi inconsciamente, le tecniche del teatro e di tutto quello che ne comportava: dal trucco, ai costumi, ai cambi di scena, alle inquadrature dal basso, all’uso del flashback come espediente narrativo fino a quel momento evitato o usato a piccole dosi nella settima arte, aprendo nuovi orizzonti per la scena futura. Maschere, travestimenti e identità multiple attraversano la sua opera: il suo stesso volto diventa lo spazio di un’invenzione continua. L’allestimento prolunga la spinta creativa del genio americano in un percorso immersivo e narrativo, in cui il cinema si rivela come arte dell’illusione: non semplice “finzione”, ma strumento per interrogare la verità delle immagini.
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