BOXE
Rumble in the Jungle: George Foreman contro Muhammad Alì
Il match del 1974 con in palio il titolo mondiale dei pesi massimi

30 ottobre 1974, Kinshasa, Zaire. Sono le 4 del mattino ma lo Stadio “20 maggio” è stracolmo. L’orario è assurdo, ma la televisione ha i suoi tempi: in America è prima serata. Nel mondo è collegato almeno mezzo miliardo di persone. Sta per iniziare il Rumble in the Jungle: George Foreman contro Muhammad Alì. In palio il titolo mondiale dei pesi massimi, ma non è “solo” un incontro di boxe, anzi.
“Big George”, 25 anni, è il campione. Sembra imbattibile: 40 incontri e 40 vittorie, i suoi pugni sono cannonate. Nondimeno, troppo taciturno, riservato e scontroso, non è amato nemmeno dagli afroamericani.
Nel 1968 ha vinto l’oro alle Olimpiadi in Messico, come i velocisti Tommy Smith e John Carlos. Ma non ha alzato il pugno nel guanto nero, simbolo delle lotte per i diritti civili e delle Black Panthers, come loro. George ha sventolato una bandierina americana e si è subito guadagnato l’epiteto di “Zio Tom”: benestante, integrato e patriottico.
Cassius Marcellus Clay è il suo contrario. 32 anni, oro nel 1960 alle Olimpiadi di Roma, contro tutti i pronostici nel 1964 ha sconfitto Sonny Liston ed è diventato campione del mondo. Due giorni dopo ha annunciato di essersi convertito all’Islam: ora è Muhammad Alì, perché “Cassius Clay è il mio nome da schiavo e io non sono più uno schiavo”.
È sopra le righe, spavaldo e arrogante: “sono il più bravo, il più bello, the Greatest!”, urla ai giornalisti. In effetti è un fuoriclasse e sul ring sembra danzare: “vola come una farfalla, pungi come un’ape” è il suo motto.
Le parole sono un’arma potente, e lo sa. Combatte per i diritti dei neri, contro le Istituzioni e la guerra in Vietnam. Nel 1966 ha rifiutato l’arruolamento, rivendicato l’obiezione di coscienza e sbalordito tutti: «perché dovrei sparare ai vietcong? Nessuno di loro mi ha mai chiamato negro». Una pugnalata all’America benpensante. Infatti mezza opinione pubblica lo odia, ma l’altra lo adora. Viene condannato per renitenza alla leva, rischia 5 anni di galera e nel 1967 gli revocano il titolo, proprio mentre è all’apice del successo. È un’ingiustizia, ma lui non arretra, anzi è disposto a pagare per le sue idee. Spesso esagera, ma ha capito la potenza eversiva dello sport. Diventa un’icona, un leader culturale e politico e lo rivendica con orgoglio: «io sono l’America. Sono quella parte che voi non riconoscete. Ma abituatevi a me: nero, sicuro di me, impertinente. Il mio nome, non il vostro!». Dopo una lunga battaglia in tribunale, nel 1970 può tornare a combattere. Rivuole il suo trono, nonostante l’età.
Il match si svolge nello Zaire, perché solo Mobutu ha garantito la borsa di 5 milioni di dollari a testa. Una enormità, ma per il feroce dittatore, al potere dal 1965 dopo un colpo di Stato, un’occasione propagandistica per ripulire l’immagine del Paese, guadagnare consenso e attirare investimenti.
A Kinshasa Alì gira tra la gente, visita i quartieri poveri. Idolatrato, è l’incarnazione dei neri che lottano per recuperare la loro dignità e l’identità africana, persa dopo secoli di umiliazioni. E quando quella mattina sale sul ring, si alza un boato tremendo: “Alì Bomayé!”, “Alì uccidilo!”. Sono tutti con lui.
Il match inizia e Foreman picchia come un martello: i colpi arrivano da tutte le parti. Alì è alle corde, sembra possa cedere. Invece è un capolavoro di strategia: lo sta sfiancando. Infatti nell’ottavo round con due colpi lo finisce. Foreman crolla al tappeto, Alì ha vinto e la folla impazzisce. Uno spettacolo incredibile, ben oltre l’evento sportivo. Pochi anni dopo ad Alì fu diagnosticato il morbo di Parkinson. Eppure, minato tremendamente nel fisico, commosse il mondo e riuscì ad accendere, come ultimo tedoforo, la fiamma alle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Un momento meraviglioso quanto straziante: l’ultima vittoria e l’ultima lezione di Alì, disposto a mostrare in pubblico la fragilità del corpo insieme al coraggio dell’uomo. Muhammad Alì ha reso tutti più consapevoli e oggi, come ha detto dopo la sua morte nel 2016 Barack Obama, è considerato “il più grande. Punto”.
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