LE OPINIONI
Tiramisù: un patrimonio da preservare
In provincia di Treviso l’Accademia che tutela il dolce
La portata del mercato del tiramisù in scatola su scala globale è valutata a 1.225,9 milioni di dollari nel 2026 e si prevede che raggiungerà 2.557,36 milioni di dollari entro il 2035. A renderlo noto il dato e la previsione economica, sulla base di studi Industry Research, è l’Accademia del tiramisù. E proprio qui sta la notizia nella notizia: esista una realtà che si occupa di difendere e preservare uno dei dolci simbolo dell’italianità, che ha trovato ampio spazio anche durante le recenti Olimpiadi invernali di Milano Cortina, con gli atleti impegnati a celebrare sui social la bontà di questo piatto tanto semplice quanto goloso. Certo, quello fatto in casa ha una marcia in più ma, in sua assenza, pure quello confezionato sembra riscuotere consenti: il valore stimato del mercato italiano è di circa 353 milioni di euro, sempre secondo quanto elaborato dall’associazione presieduta da Tiziano Taffarello. Le varianti del tiramisù – segnalano dall’Accademia, aperta in provincia di Treviso - possono essere classificate in diverse categorie e anche in base all’aggiunta o sostituzione di ingredienti rispetto alla ricetta classica e tramandata da generazioni.
La “classifica” prevede la versione classica, appunto, (savoiardi, mascarpone, uova, zucchero, caffè di moka e cacao amaro), seguita da alcune declinazioni che faranno storcere il naso ai puristi: alla frutta (fragole, lamponi, mango, ananas, limone o altra frutta), al cioccolato (cioccolato fondente, al latte o bianco, sia nell’impasto che nella crema), alle nocciole o al pistacchio (crema arricchita da pasta di nocciole o pistacchio), al tè matcha (variante giapponese con tè verde matcha), al cocco (crema al cocco o scaglie di cocco), Speziato (cannella, zenzero o altre spezie). Altre varianti sono poi segnalate in base al liquido di inzuppo, all’ingrediente strutturale, alla consistenza, al tipo di dolcificante, all’utilizzo dell’uovo, alle esigenze alimentari, in base al tipo di preparazione, alla filosofia autoriale (firma dello chef) e light (con yogurt greco, ricotta o proteine in polvere). Un elenco che ad alcuni fa leccare i baffi, ad altri suscita qualche perplessità. Tant’è. La cosa importante è che si parli di questo dolce, lo si studi e lo si tuteli, per far sì che continui ad essere uno dei patrimoni gastronomici italiani più amati – e a questi punto anche esportati – del mondo.
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