MUSICA
A Sanremo una Bambola di pezza “varesina”
La bassista Caterina Alessandra Dolci sul palco del festival con la sua band
L’ultima settimana di febbraio, complice il Festival di Sanremo, sarà sotto gli occhi di tutti. Da oggi ad allora però, considerando la piacevolezza della persona, con tanta fortuna, la si potrà vedere a Varese. È Caterina Alessandra “Kaj” Dolci, bassista delle Bambole di Pezza che porteranno in gara all’Ariston il brano Resta con me. Quando, a inizio secolo e carriera, la punk band tutta al femminile incideva l’album Crash me per la gornatese Tube Records di Dario Guglielmetti, Kaj frequentava le elementari. Più tardi sarebbe arrivata la laurea in Musicologia con tesi sulla musica sperimentale. Era comunque destino che anche l’artista milanese dovesse mettere piede nella nostra provincia.
Come mai dalle nostre parti?
«Per motivi di studio e di lavoro. Vado a scuola di canto da Beatrice Binda, consigliatami da colleghi amici. Ci vediamo settimanalmente da lei a Induno, ogni tanto capita che, impegni reciproci permettendo, si riesca a fare insieme un salto in centro a Varese».
Beatrice Binda è, in pratica da sempre, anche maestra di Clara. Lo studio del canto ha qualcosa a che fare con la partecipazione al Festival?
«No, non c’entra nulla. Nelle Bambole di Pezza suono il basso e mi occupo dei cori con Daniela “Dani” Piccirillo, chitarra ritmica, e con la batterista Federica “Xina” Rossi. La cantante è Martina “Cleo” Ungarelli. Chitarra solista Morgana Blue, è stata lei ad avermi reclutata nel 2022, contattandomi sui social, quando, con Dani, l’altra presente sin dalla fondazione, ha deciso di ricostituire il gruppo. Lo studio del canto non è legato alle Bambole di Pezza ma a Dada Sutra, mio progetto solista parallelo all’attività del gruppo».
Dada Sutra vive solo di basso e voce?
«In realtà no perché con me ci sono Giacomo Carlone alla batteria, Alessio Dal Checco al sax e, quando non lo suono io, Andrea Lombardini al basso. Abbiamo realizzato un EP, EP1, e un album, Questo amore mortale».
Che tipo di musica propone?
«Definire la musica non è mai facile ma parlerei di post punk e di alternative rock. Con dei testi, in italiano, nei quali prevale la vena intimistica, a tratti autobiografica, ma senza escludere a priori tematiche sociali».
Beatrice Binda, cantante lirica e di musica contemporanea e dall’anima rock, dice che anche lei dal punto di vista musicale è onnivora. Vero?
«Sono cresciuta con la classica, colonna sonora dei miei e dunque di casa. Ho presto provato il desiderio di allargare gli orizzonti, ascoltare più generi, con diverso tipo di gradimento ma sempre con attenzione. Mi piace saperne sempre di più».
Perché il basso?
«Ho studiato e suonato chitarra classica e, quando ho avvertito la necessità di passare a uno strumento elettrico, la mia scelta è caduta sul basso. Non per un motivo preciso o per inseguire un modello di artista, non è stato un colpo di fulmine, mi ha conquistato progressivamente».
Il primo album acquistato? E il preferito?
«La prima risposta è facile Slipknot, album d’esordio degli Slipknot, rappresentanti della new wave of American heavy metal. Più complessa la seconda perché credo non esista un album preferito in assoluto ma, oggi come oggi, indicherei Doolittle dei Pixies, rock alternativo».
Entrambi statunitensi, nessuna traccia italiana nella sua collezione?
«Ci sono, eccome. Non ho mai fatto mistero della mia ammirazione per le band di Giovanni Lindo Ferretti, credo che si colga ascoltando anche la mia musica. Contrariamente a molti però, ai CCCP preferisco i CSI».
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