L’ANALISI
«L’oratorio è per i giovani una palestra di umanità»
Il messaggio del prefetto al convegno a Palazzo Verbania
Tra i monti e il lago corre un filo invisibile che tiene insieme una comunità. Non è fatto di numeri né di slogan, ma di relazioni, domande e presenza adulta. È da qui che parte “Più oratorio tra monti e lago. Luoghi di crescita e di relazione”, il progetto, presentato oggi a Palazzo Verbania che mette al centro ragazzi e giovani in un tempo segnato da fragilità silenziose e smarrimenti diffusi. Un progetto che non promette scorciatoie, ma sceglie di abitare la complessità, assumendosi fino in fondo una responsabilità educativa.
«I giovani si sentono soli e confusi»
L’iniziativa nasce dalla decisione di alcune parrocchie del decanato di Luino di lavorare insieme, facendo rete e partecipando al bando “Porte aperte” di Fondazione Cariplo, con il sostegno della Fondazione comunitaria del Varesotto. L’obiettivo è offrire ai giovani spazi, tempi e occasioni per crescere, rafforzando l’oratorio come luogo vivo, in dialogo con famiglie, educatori e comunità educante. A dare spessore istituzionale alla presentazione è stato l’intervento del prefetto Salvatore Pasquariello, che ha tracciato un quadro del disagio giovanile contemporaneo. Eccolo:
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Il titolo del progetto che viene presentato oggi, “Più oratorio tra monti e lago. Luoghi di crescita e di relazione”, è denso di significato: richiama questo territorio – tra montagne e lago – ma soprattutto richiama un’idea forte di comunità. Un’idea che mette al centro i ragazzi e i giovani, i loro bisogni, i loro desideri, ma anche le loro domande di relazioni, di senso: quelle domande profonde che riguardano il perché delle cose, il valore della vita, il significato delle scelte, il futuro.
Questo titolo è già un programma. Parla di un “più” che è quantitativo – più attività, più spazi, più presenze – ma soprattutto di più qualità educativa, più relazioni vere, più accompagnamento umano e spirituale. Tra monti e lago, cioè dentro una terra bella, ma anche complessa, dove i ragazzi crescono immersi in mille stimoli, ma spesso con poche bussole interiori.
I nostri giovani portano nel cuore domande grandi. A volte non sanno neppure come formularle, ma le sentono dentro: Chi sono? Perché valgo? Per che cosa vale la pena vivere? Chi mi accompagna davvero?
Sono domande di senso, e nessun ragazzo può crescere senza incontrare qualcuno che abbia il coraggio di prenderle sul serio.
La società di oggi, però, tende a rimuovere queste domande. Si preferisce correre, produrre, consumare, distrarsi. Si offre ai giovani un mondo pieno di cose, ma povero di significato. E quando manca il senso, tutto il resto si indebolisce. Viviamo in una società che, sempre più spesso, tende a fare a meno di queste domande. Ci abituiamo a vivere nel “subito”, nell’efficienza, nella prestazione, nel consumo, nella corsa al denaro.
A proposito di denaro, segnalo i primi risultati di un’interessante ricerca dell’Università degli studi di Bergamo sui giovani del territorio, che sarà illustrata il prossimo 22 gennaio presso la predetta università e riporto alcuni stralci degli articoli di Silvia Seminati e di Simone Bianco pubblicati oggi sul “Corriere della sera”.
“Cosa si attendono i ragazzi dal domani? Il 56% degli intervistati spiega di vedere in modo positivo il proprio futuro. Ma solo il 21% vede con ottimismo il futuro dei ragazzi della sua età. E quali sono i temi di attualità più rilevanti per i ragazzi? Per il 48,49% degli intervistati, al primo posto ci sono le guerre. Per il 24,95% i femminicidi, ma con una differenza importante: questo è un tema rilevante per il 38,8% delle ragazze e solo per il 9,5% dei maschi. Al terzo posto c’è la criminalità, importante per il 24,66% degli intervistati”.
“Una parte dell’indagine ha riguardato lo spazio pubblico. Al primo posto, tra i luoghi più frequentati dai ragazzi, c’è la strada per il 51,90% degli intervistati. Al secondo posto, l’oratorio, al terzo, il centro commerciale. Si parla anche della città della paura, con i posti che mettono più timore ai ragazzi: sono la stazione (per il 32,83%), i parchi (14,09%) e la fermata dell’autobus (14%)”.
“La ricerca indaga anche i valori. Cosa fa battere il cuore ai ragazzi? Al primo posto c’è il denaro, importante o molto importante per il 62,91% degli intervistati. Al secondo posto, c’è la politica, ma è importante o molto importante solo per il 14,69% dei ragazzi. Al terzo, indossare abiti costosi, che viene ritenuto importante o molto importante dal 9,14% dei ragazzi (soprattutto dai maschi). Al quarto posto c’è la religione: è ritenuta importante o molto importante solo dal 5,8% dei ragazzi, per nulla o poco importante per l’83,5% degli intervistati. Ma c’è una differenza vistosa tra le risposte dei ragazzi italiani e quelle di chi ha un background migratorio (cioè uno o entrambi i genitori non nati in Italia). Per il 59% dei ragazzi italiani la religione non è per niente importante: la percentuale scende al 48,2% se si considerano gli adolescenti di seconda generazione. È moltissimo importante per lo 0,7% degli italiani e per il 5% di chi ha origini straniere”.
“Lo studio ha un pregio non facile da apprezzare per gli adulti che ne leggono i risultati: la schiettezza. I ragazzi dai 12 ai 16 anni sono descritti senza filtri, come persone attraverso i loro stessi pensieri, desideri, paure, a tratti spiazzanti. L’Osservatorio sul disagio giovanile pone domande come: quali temi dell’attualità sono più rilevanti? E ottiene risposte come: le guerre (48%) e i femminicidi (25%). Però, d’altro canto, «quali valori sono importanti per te?» ha una risposta schiacciante: il denaro (quasi 63%). Di fronte a queste risposte si può scegliere la via del moralismo generazionale, il millenario biasimo degli anziani che (a torto) si ritengono portatori di valori oggi dispersi dai ragazzi. Una figura da vecchiotti imbarazzanti (roba cringe, da boomer, direbbero loro, gli intervistati), che è meglio evitare. Più interessante, semmai, farsi qualche domanda. Prima, ovvia, inevitabile: chi avrà mai passato questi modelli, questi principi, ai ragazzi? Nonostante le chiacchiere sui valori, una sola risposta è possibile: noi adulti. Quanto è prioritario il denaro rispetto a tutto il resto nelle nostre vite, per mille ragioni molto complesse?”
Ma quando si smette di chiedersi perché si vive e per che cosa vale la pena impegnarsi, le conseguenze si vedono in molti campi.
Lo vediamo nella vita interiore, dove cresce l’ansia e la fatica di stare con se stessi; nelle relazioni, che diventano spesso fragili, veloci, superficiali; nella scuola, dove si rischia di formare competenze senza formare coscienze; nella società, dove si perde il gusto della responsabilità e del bene comune; e lo vediamo anche nella spiritualità, che per molti diventa lontana, muta, irrilevante.
Ecco perché l’oratorio è così prezioso. In questo contesto, l’oratorio non è solo un luogo dove “fare attività”, ma può essere – e deve essere – uno spazio in cui i ragazzi sono aiutati a porsi domande, a cercare risposte, a scoprire che la vita non è solo una corsa.
Non è solo un luogo dove “tenere occupati” i ragazzi, ma uno spazio dove si può incontrare la vita, con le sue domande, le sue ferite, le sue speranze. Un luogo dove qualcuno dice a un giovane: “Tu conti. La tua vita è importante. Non sei solo.”
L’oratorio educa attraverso la relazione. Non con grandi discorsi o imponendo risposte, ma aiutando a cercarle. È un luogo dove si impara a stare con gli altri, a scoprire il valore del servizio, a riconoscere che la libertà non è fare ciò che si vuole, ma avere la possibilità, dunque la libertà, di diventare ciò che si è chiamati ad essere.
Il valore del progetto “Più oratorio tra monti e lago. Luoghi di crescita e di relazione” sta anche nella scelta di fare rete: parrocchie che decidono di lavorare insieme, di unire risorse, idee, energie, per rispondere in modo più efficace alle fragilità e alle potenzialità dei nostri ragazzi. È un segno concreto di quella che chiamiamo “comunità educante”: una comunità che non delega, ma si assume la responsabilità di accompagnare i più giovani nel loro percorso di crescita.
E allora vorrei dire grazie, complimenti, con immenso rispetto e con grande ammirazione, a chi ogni giorno “fa l’oratorio”: agli educatori che donano tempo, energie, cuore; ai sacerdoti che accompagnano e sostengono; ai genitori che credono in un’alleanza educativa; e ai ragazzi stessi, che con la loro presenza rendono vivo questo luogo e provano l’importanza delle relazioni umane reali.
In un tempo in cui tanti giovani si sentono soli, confusi, non ascoltati, l’oratorio può essere davvero una casa, una palestra di umanità, un laboratorio di spiritualità, un cantiere di futuro.
Che questo progetto possa aiutare tanti ragazzi a non smettere di farsi domande, a non avere paura della profondità, a scoprire che la loro vita è una promessa e una responsabilità.
E che noi adulti possiamo essere per loro, oltre che organizzatori di alcune attività, compagni di strada, testimoni credibili, persone che indicano una direzione con la vita prima che con le parole.
Al riguardo, ritengo che l’articolo del Presidente della Provincia Marco Magrini pubblicato su “La Prealpina” il 9 gennaio scorso vada esattamente in questa direzione: non è un intervento tecnico, né il punto di vista di uno schieramento politico. È il grido di un amministratore che prima di tutto si riconosce uomo, padre, cittadino. Un uomo che non accetta l’abitudine alla tragedia e l’indifferenza davanti alla sofferenza. In quelle righe c’è una domanda che riguarda tutti noi: che cosa facciamo della coscienza? La lasciamo dormire, oppure lasciamo che ci inquieti, che ci interpelli?
Perché la speranza – come dice il Presidente Magrini – è responsabilità: Il suo contributo è, prima di tutto, un “richiamo all’umano che ci abita”. E sottolineo quanto sia importante leggere quel testo come un’opinione e come un invito: a non smettere di ascoltare, di scegliere, di agire nel concreto … e nessuno si sentirà “fuori posto”.
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