L’INTERVISTA
Mostra del Cinema: a Venezia con il varesino Gervasini
Dalla prima di Julia Roberts agli italiani in gara. La “guida” all’82esima edizione con il consulente selezionatore del Festival

«Finestra con sguardo sul mondo e porta aperta, quasi spalancata, alla cronaca». Mauro Gervasini sintetizza così la Mostra internazionale d’arte cinematografica al via oggi, mercoledì 27 agosto. Siamo all’edizione numero 82, per lui, varesino doc, si tratta della quattordicesima da consulente selezionatore, è uno dei componenti della squadra voluta dal direttore del Festival veneziano, Alberto Barbera. «Sempre suo – spiega Gervasini – l’ultimo, definitivo, giudizio sui film candidati, noi, che siamo una decina, proponiamo, poi spetta a lui valutare se davvero l’opera meriti la vetrina di Venezia».
Si preannuncia una parata di stelle. Quale la più attesa?
«Senza voler togliere nulla ad altre celebrità, sulla carta, la prima volta di Julia Roberts al Lido non ha rivali. Piace segnalare che l’attrice arrivi grazie a Luca Guadagnino che l’ha diretta in After the hunt, a Venezia fuori concorso per scelta del regista».
Dei ventuno lavori in gara, cinque sono italiani. Di buon livello?
«Sì, tutti interessanti. Non credo di svelare nulla di segreto dicendo che il più atteso sia La grazia, di Paolo Sorrentino, in cartellone oggi, e che uno dei più particolari sia Un film fatto per Bene, inteso come Carmelo Bene, che Franco Maresco ha girato nella sua Palermo. Il montaggio è a cura della vergiatese Paola Freddi».
Presenza importante la sua. Gli altri varesini a Venezia saranno Claudia Donadoni e Gianni Spartà, entrambi coinvolti – sia pure a diverso titolo – in Ammazzare Stanca - Autobiografia di un assassino. Com’è?
«Buono, come tutti i film di Daniele Vicari. Non aspettatevi qualcosa dalle parti di Romanzo criminale o Lo spietato: il regista è più interessato alla personalità di Antonio Zagari, al percorso che lo porta a rinnegare la ‘ndrangheta e al come gestisce questa non semplice decisione. Servito da ottimi attori, Gabriel Montesi e Vinicio Marchioni su tutti, sarà proposto nella sezione Venezia Spotlight, quella in cui a decidere a chi assegnare il Premio sono gli spettatori».
Un film che attinge alla cronaca nera, tendenza imposta dalla serie sulle piattaforme?
«Semmai dal fatto che, come ha sottolineato il direttore Barbera, le sceneggiature originali latitano: esiste una crisi creativa. Le serie rappresentano una realtà che non può essere ignorata, Venezia è stato uno dei primi festival a prenderne atto. Quest’anno, rimanendo in tema, ci sarà Il mostro di Firenze in anteprima. In gara abbiamo Elisa di Leonardo Di Costanza, in cui Barbara Ronchi, sempre più brava, interpreta una donna che assassinò la sorella apparentemente senza motivo. Gus Van Sant con Dead man’s wire, fuori concorso, racconta che accadde nel 1977 in una banca quando un uomo, insoddisfatto di come venivano gestiti i suoi soldi, prese in ostaggio il figlio del direttore puntandogli alla testa un fucile a canne mozze».
Ci saranno anche i venti di guerra?
«Farà molto discutere il franco-tunisino The voice of HindRajab, storia di una bambina palestinese di sei anni intrappolata a Gaza in un’auto finita sotto il fuoco nemico. Sentiremo dalla sua vera voce la drammatica telefonata in cui chiede aiuto ai volontari di Mezzaluna Rossa».
Tre proiezioni che Mauro Gervasini, spettatore, non selezionatore, sicuramente non perderebbe?
«L’offerta è talmente ampia da rendere il compito impossibile ma darei la precedenza a Father mother sister brother, di Jim Jarmush, per la prima volta in gara al Lido, con Tom Waits. Avendo da sempre a cuore i generi cinematografici, andrei poi certamente a vedere La valle dei sorrisi, horror con Michele Riondino girato in Friuli, e la versione restaurata di Quel treno per Yuma, di Delmer Daves, del 1957, uno dei dieci western più belli di sempre».
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