TERZA PUNTATA
Se fossero credibili tornerei alle urne
La ricerca Ipsos e i dati del Varesotto. Alle Comunali di Varese si è passati dal 64,1% del 2011 al 50,9% del 2021
Una voragine senza fondo. I dati della provincia di Varese sull’affluenza alle urne hanno preso un piano inclinato che, se proseguisse così ancora per un paio di decenni (o anche meno), potrebbe mettere in allarme il concetto stesso di democrazia. D’altronde in poco più di trent’anni, il “corpo” dei votanti è dimagrito continuamente e la “dieta” sembra essere soltanto all’inizio.
VERSO L’ABISSO
Si prenda a esempio il voto a cui, storicamente, gli italiani sono più affezionati: le elezioni Politiche. Dal 1994, primo scrutinio della Seconda Repubblica, sono passate poco più di tre decadi, eppure quell’epoca sembra lontana anni luce, pensando ai dati dell’affluenza. Il trionfo della discesa in campo di Silvio Berlusconi segnò un’affluenza, in provincia di Varese, nei cinque colleghi previsti per la Camera, tra l’89,8% e il 92,05%. Insomma, per trovare qualcuno che si asteneva, bisognava cercarlo col lanternino. Da lì in poi iniziò un lento spopolamento dei seggi. Alle Politiche del 2008, nel Varesotto, si rimase comunque su un robusto 83% di affluenza alle urne, che scese poi al 76,8% del 2013 e al 75,7% del 2018. Quattro anni dopo, però, nel 2022, ci fu un’ulteriore accelerata in basso, precipitando al 67,3%. Tradotto: un terzo degli aventi di diritto non si presentò ai seggi. Che succederà nel 2027? Fino a dove si spingerà l’abisso dell’astensionismo?
CAPORETTO QUORUM
Le ultime indicazioni non sembrano essere rincuoranti. Lasciando stare la Caporetto sul quorum dell’ultimo referendum, le elezioni Europee del 2024 parlano di un’affluenza, sempre nel Varesotto, del 51,7%. Si dirà: il voto per rieleggere il Parlamento europeo non ha mai scaldato troppo i cuori, eppure nel 2009 la cifra dell’affluenza era al 68,6%, scesa al 62,8% del 2014 e poi al 60,6% del 2019. E le elezioni Regionali? Finché in Lombardia si è votato assieme alle Politiche, si sono raggiunti numeri incoraggianti. Ma, nel 2023, quando si sparigliò la data con la tornata nazionale, alle Regionali si scese addirittura al 38,5% di affluenza. Un baratro.
CANDIDATI CONOSCIUTI
Non si salvano nemmeno le elezioni Comunali, quelle per eleggere il sindaco e i consiglieri comunali, vale a dire le cariche istituzionali più vicine ai cittadini. In questo caso nemmeno il moltiplicarsi delle liste nei grandi centri, con relativo aumento del potenziale di bacino di preferenze, ha permesso di voltare pagina. Anzi. Ormai nelle quattro principali città della provincia, Varese, Busto Arsizio, Gallarate e Saronno, le ultime elezioni hanno segnato una percentuale di votanti attorno al 50% o addirittura al di sotto. Ma il collasso vale anche per le città medio piccole e i paesi, salvo qualche eccezione. Altro che suffragio universale. Gli elettori non vanno a votare nemmeno se conoscono i candidati. O, forse, proprio perché li conoscono bene.
GLI EFFETTI DELLA PANDEMIA
Nel capoluogo si è passati, per esempio, dal 64,1% del 2011 al 50,9% del 2021. Prendendo le medesime annate, a Busto Arsizio si è scesi dal 64,5% al 45,4%, a Gallarate dal 69,1% al 48,9%. A Saronno, dal 55,2% (2015) al 50% dell’anno scorso. Un tracollo. Ovunque. È come se la pandemia abbia dato la mazzata finale a favore della disaffezione, l’indifferenza, il «tanto sono tutti uguali».
SCELTA CONSAPEVOLE
D’altronde, come emerge dal rapporto FragilItalia “Astensionismo“, elaborato da Area Studi Legacoop e Ipsos, «più di un terzo degli intervistati (il 36%) ammette di non votare perché non si sente sufficientemente informato per fare una scelta consapevole». Le motivazioni principali, si legge «sono la mancanza di fiducia nei leader politici (28%) e l’assenza di partiti o candidati capaci di rappresentare gli elettori (16%). Seguono la protesta contro il sistema politico (12%) e la stanchezza e la rabbia (11%)». Per quanto riguarda gli aspetti che influiscono sulla scelta di non votare, al primo posto figura la disillusione verso i partiti (63%), il fatto che nessuno si occupi seriamente del caro tasse (62%), la disillusione dopo precedenti esperienze di voto (56%), la scarsa rappresentanza dei propri interessi (53%), l’insoddisfazione per le politiche economiche (52%), la sensazione che le decisioni importanti vengano prese altrove (51%). Inoltre, per un italiano su due è una forma di protesta politica, in particolare tra i ceti popolari (64%).
UN DOVERE CIVICO
Allo stesso tempo, tre su quattro riconoscono che l’astensionismo è un problema serio per la democrazia e otto su dieci continuano a considerare il voto un dovere civico. Quasi quattro astenuti su dieci affermano che tornerebbero a votare se trovassero un candidato o un partito capace di rappresentarli pienamente. Le condizioni indicate per invertire la tendenza sono chiare: meno corruzione e clientelismo (55%), programmi politici più chiari e concreti (43%), maggiore attenzione ai temi che toccano la vita quotidiana (34%), più trasparenza nei processi decisionali (30%).
La terza puntata dell’inchiesta “Voto perduto” sulla Prealpina di sabato 24 gennaio in edicola e disponibile anche in edizione digitale
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