DA FARE
Fantastic Utopias, un mondo incantato

Nei castelli - si sa - abitano anche i fantasmi; ed eccoli evocati subito nella seconda sala, la più fiabesca. Merito del Mantello della regina delle nevi, 2014, di Sabrina Mezzaqui che, sospeso come un fantasma di carta ritagliata, si ripropone frammentato negli specchi rotti di Pistoletto.
Lo specchio, elemento magico per eccellenza, moltiplicatore d’infinite immagini, soglia di passaggio per mondi incantati, luogo di ricerca della verità e di vanità («Specchio delle mie brame…») imprigiona anche i nostri riflessi, liberandoci al meraviglioso mondo di Fantastic Utopias alla Rocca di Angera fino al primo novembre.
Non è, questo, l’unico fantasma che s’aggira per le sale, perché, in un cantuccio, incontriamo la piccola scultura dei Kabakov, Charles Rosenthal 1913 Pianista e Musa, 2001: dal pianoforte, sul quale è riverso il mantello del pianista, emerge la musa. Anche qui la figura del fantasma, evidenziata dai drappi svuotati dal corpo. L’atmosfera è però drammatica: la posa del mantello, lo sgabello rovesciato sono indizi di eventi ombrosi: la musa è lì, ma dov’è il pianista? L’ispirazione è arrivata, ma l’artista è sparito… lo scioglimento dell’enigma sta forse nel fatto che quest’opera è parte di un progetto del duo, dedicato ad una “storia dell’arte alternativa” che ha come protagonista, appunto, Rosenthal, artista inventato, rappresentante di una possibile via alternativa dell’arte sovietica se quest’ultima non avesse imboccato quella del realismo socialista.
Fiaba e utopia si fondono in quest’opera che funge da collegamento con quelle ospitate ai piani superiori dove le riflessioni sociali si fanno evidenti. Nella sala di ispirazione minimalista, dedicata all’essere in relazione, il fulcro narrativo sta nell’opera di Antony Gormley, Signal, 2012, una sottile barra d’acciaio che riproduce la sagoma di un corpo e che ricorda i diagrammi degli schemi elettrici ma anche le strutture modulari di LeWitt. L’opera condivide la sala, collegandole quasi fisicamente, con altre due opere: Les textes de la Lumière, 1992 di Chen Zhen e una fotografia di Sugimoto.
La prima, una scaffalatura chiusa che espone vecchi oggetti legati al mondo dell’informazione, esalta la forza della parola e il momento aurorale della comunicazione che sognava di collegare tutto il pianeta. Ma l’uomo ha sempre cercato anche di comunicare con l’eterno, come lascia intendere l’opera del fotografo giapponese che ripropone uno scorcio della basilica di San Francesco. Ripetizione, spazialità, documetarismo sono gli elementi minimalisti di questa fotografia. Il bianco e nero, l’assenza della figura umana trasportano lo spettatore entro uno spazio mistico, la cui omogeneità spaesa lo sguardo costretto a cercare requie, assurdamente, nel punto di fuga dell’infinita prospettiva.
Di contestazione politica parla, invece, Feiyu, 2015, l’enorme pesce volante di Ai Weiwei; la creatura fantastica ha abbandonato le pagine di un libro vietato ai tempi della rivoluzione culturale cinese per sorvolare Jardín, 1998, l’installazione costruita da Garaicoa con un manto erboso sopra un tavolo sul quale crescono un rigoglioso bonsai e un piccolo schermo con le immagini di un albero malandato visto dall’interno di una casa. Opera polare che si appoggia su coppie di opposti: addomesticazione-ferinità, interno-esterno, privato-pubblico, vita-morte.
Ancora un piano e ci imbattiamo nei vestiti poeticamente confezionati con mattonelle e ceramiche prelevate da luoghi abbandonati, in un affettuoso e patetico tentativo di recuperare frammenti singolari di storie collettive dell’ucraina Zhanna Kadyrova, Second Hand, 2019. Oppure nelle opere dell’artista camerunese Pascale Marthine Tayou, che gioca con le questioni di sesso e genere. L’opera migliore è Fresque de craies F, 2015, opera parietale composta da centinaia di gessetti la cui disposizione ondulata e le variazioni cromatiche danno vita ad un quadro vivace, nonostante sulla superficie siano applicate uova in vetro colorato che amplificano un po’ confusamente gli effetti cromatici, l’opera rimane molto suggestiva.
La mostra si chiude circolarmente, quasi a racchiudere tutte le utopie in un’immaginaria fiaba, con l’incantato arazzo simbolista di Kiki Smith e l’armadio magico di de Bruyckere.
Ma l’intera mostra è riassunta nell’opera che apre il percorso: Today will end, una scritta luminosa dell’artista Shilpa Gupta: le utopie durano un giorno, poi, muoiono. Come le farfalle.
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