9 NOVEMBRE 1989
Aprì il Muro mangiando un panino

Harald Jäger, un tenente colonnello della famigerata “Stasi”, la polizia segreta del Ministero della Sicurezza della Germania dell’Est, lavorava sul Muro di Berlino.
A 46 anni era vicecomandante del valico di Bornholmer Strasse, uno dei punti strategici più frequentati. Il 9 novembre 1989, intorno alle 18 e 30, Jäger stava mangiando un panino nella “stanza delle pause” delle guardie, mentre la televisione trasmetteva in diretta una noiosa conferenza stampa di partito.
Sullo schermo Günter Schabowski, un funzionario del Politburo, spiegava che il Partito aveva deciso di concedere ai cittadini dell’Est di viaggiare in Occidente con maggiore facilità. Naturalmente, solo dopo aver ottenuto il passaporto e il visto.
In apparenza, il solito annuncio fasullo: ottenere un passaporto nella Repubblica Democratica Tedesca era praticamente impossibile. A un certo punto Schabowski diede la parola a Riccardo Ehrman, un corrispondente italiano dell’Ansa, per una domanda: «Lei crede che fu un errore quando qualche giorno fa si introdusse la Legge dei Viaggi?».
Ehrman si riferiva a una norma caotica, che aveva permesso a migliaia di tedeschi orientali di passare all’Ovest attraverso l’Ungheria nei giorni precedenti.
Schabowski invece si innervosì: non aveva ancora avuto il tempo di leggere il nuovo regolamento.
Estrasse allora un biglietto dalla tasca e improvvisò: «I cittadini della DDR potranno passare i valichi di confine senza restrizione».
Una risposta incredibile. Così ovviamente Ehrman e gli altri, stupefatti, lo incalzarono: da quando? Schabowski, con il biglietto in mano, andò in confusione e sbagliò di nuovo: «Ab sofort», «Da subito». Al valico di Bornholmer Strasse, Harald Jäger per poco non si strozzò con il suo panino. I suoi ordini erano uguali da anni: «catturare e distruggere i trasgressori». Si chiese, allora: «cosa è questa assurdità?».
Oggi sappiamo che la fine della DDR era vicina, e grandi manifestazioni di protesta, a Berlino come a Lipsia, si susseguivano. Ma nessuno poteva immaginare una serata come quella del 9 novembre.
Quell’«Ab sofort» venne infatti subito rilanciato dalle agenzie di tutto il mondo, compresa la televisione di Stato dell’Est, senza alcuna reazione delle autorità: quella sera i vertici del Partito e il capo dello Stato Egon Krenz erano in riunione. Ignari di quanto stesse accadendo.
Così, i berlinesi iniziarono a incamminarsi verso il Muro. E alle 21 la colonna di auto dirette a Ovest era lunga un chilometro.
Come disse anni dopo in un’intervista al «The Independent», Harald Jäger non sapeva cosa fare. Telefonò al suo superiore, il colonnello Rudi Ziegenhorn: «Perché mi stai chiamando per queste sciocchezze?», gli rispose. Doveva mandare via chiunque non avesse i documenti in ordine. Cioè, tutti.
La folla cresceva e Jäger, senza ordini, era sull’orlo del panico. Poi gli fu detto di lasciare uscire solo i più sediziosi, stampando un timbro sul viso delle carte d’identità, per impedire che potessero tornare indietro. Un’idea a dir poco strampalata.
Solo alle 21 e 53 la televisione comunicò il contrordine del governo: «Non si può uscire. Per viaggiare c’è bisogno del visto». Ma ormai il regime era nel caos e alle 23 e 30 Jäger aveva davanti almeno 20 mila berlinesi che urlavano “Aprite!”.
Alcune guardie, armate di kalashnikov, volevano intervenire. Sarebbe stata una carneficina.
Jäger prese allora la sua decisione. Chiamò il comando e disse: «dispongo le mie guardie e lascio passare la gente». Fu il primo, e subito la gente salì sul Muro per abbracciarsi e ballare. Mezz’ora dopo il registro della Volkspolizei annotò: “tutti i varchi da Berlino Est e Berlino Ovest sono aperti”.
Dopo 28 anni e 91 giorni, il simbolo della Guerra Fredda era crollato. Erano bastate la confusione di un funzionario, il coraggio di una guardia e otto lettere dell’alfabeto: “Ab Sofort”.
Alla fine del suo turno, Jäger telefonò a sua sorella: “Sono stato io ad aprire il confine ieri sera”.
“Hai fatto bene”, gli rispose. Il resto è storia.
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