BRUT
Arte grezza frutto di pulsioni personali

Collocate fuori da ogni tipo di istituzione, movimento culturale, norme estetiche convenzionali. Produzioni artistiche realizzate in particolar modo dai ricoverati negli ospedali psichiatrici ma anche in prigione, da outsider.
Ma non solo: persino da bambini, scostandosi però dai disegni primitivi tipici della giovanissima età, ma in un senso di arte naturale che nasce da persone digiune di cultura artistica. Non professionisti che generano un’arte di qualità pur non avendo pretese culturali, un’arte spontanea, “grezza”. Ma che è vera e pulsante opera d’arte.
Si chiama Art brut (alcune volte come definizione si trova anche brut art) il concetto che ebbe come promotore nel 1945 il pittore francese Jean Dubuffet, di cui quest’anno ricorrono i 120 anni dalla nascita, che con questo termine definì i lavori effettuati da persone «totalmente digiune di cultura artistica» e che traggono tutto quanto compone la loro creazione, dal materiale alla messa in opera, dal loro profondo, non dall’arte classica o dalle mode.
«Artisti loro malgrado», come li definivano nella Compagnie de l’art brut che Dubuffet fondò con altri artisti tra cui André Breton, confermando il fascino che su di lui, pittore e scultore di fama mondiale, da sempre esercitavano la produzione dei popoli primitivi, l’arte africana, i disegni tracciati dai bambini.
E quelli dei malati di mente. Proprio disegni di bambini e di alienati mentali furono esposti nella prima mostra che Dubuffet organizzò dopo aver introdotto il concetto di Art brut. Un’arte che scaturisce in maniera naturale, senza intenzioni estetiche, che unisce una pulsione emotiva alla comunicazione immediata. Non è un’arte naïf, ma piuttosto spontanea e libera da convenzioni, guidata dalle emozioni e che non segue né regole né percorsi accademici, opere di artisti non professionisti che hanno imparato a dipingere e a scolpire totalmente da soli, e che spesso sono a livello amatoriale o che creano in momenti ricreativi. In maniera immediata, inconsapevole, naturale.
Del resto, lo stesso Dubuffet affermò sempre le sue posizioni anticulturali volte al liberarsi dalla tradizione per cercare forme artistiche originali e in parecchi suoi disegni si trovano proprio influenze di soggetti e forme che si ritrovano in opere infantili. Il suo impegno a favore di un’arte fuori dalle norme lo porta a diventare egli stesso collezionista di lavori che conducono a esempi di Art brut tra dipinti, disegni, statuette, oggetti vari.
Alle opere di Dubuffet sono state dedicate mostre fin dalla metà degli Anni Cinquanta in Germania, al MoMA di New York, ad Amsterdam, a Palazzo Grassi a Venezia. Per i suoi ottant’anni, nel 1981 (l’artista è morto nel 1985), il Guggenheim Museum di New York gli dedicò una grande retrospettiva. Non solo pittore e scultore, si occupò anche di architettura e scenografia, fu litografo, scrittore, musicista e poeta. Tra i suoi scritti, «Prospectus aux amateurs de tout genre» del 1946 e «Mémoires sur le développement de mes travaux à partir de 1952», testo, quest’ultimo, pubblicato nel catalogo collegato a una retrospettiva a lui dedicata nel 1960.
Sono proprio i suoi scritti a essere le testimonianze più pertinenti sul suo lavoro e il suo pensiero, concentrato su opere che a lungo sono state considerate come manifestazioni indignate nei confronti della ragione e della cultura come si intende tradizionalmente.
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