ARTETERAPIA
Liberare le emozioni e la mente

In un libro che ebbe un certo successo anche tra i lettori d’arte qualche tempo fa, Alain de Button, saggista e “filosofo della quotidianità”, e John Armstrong, filosofo e storico dell’arte, si chiedevano «A cosa serve l’arte?». La risposta stava nel titolo, esplicito: «L’arte come terapia» ed indicavano l’arte come uno strumento che ha il potere di «estendere le nostre capacità al di là della nostra naturale dotazione».
Per individuare lo scopo dell’arte si chiedevano cosa ci risulti difficile fare con la mente e con le emozioni, in quanto esseri umani; agli ambiti così individuati, gli autori facevano corrispondere altrettante funzioni dell’arte.
Una simile concezione terapeutica prende le mosse dalle potenzialità evocatrici dell’arte, dalla sua capacità di attivare nel fruitore reazioni emotive, cognitive, fisiologiche; di mostrare, in definitiva, a noi qualcosa di noi e del rapporto con il mondo.
L’idea di fondo degli autori, allora, è quella di recuperare con l’arte un rapporto soggettivo e diretto che si liberi, in un certo qual modo, del contesto e della storia dell’arte per lasciar fluire nel nostro animo i “messaggi” che ciascuna opera veicola.
Questa è arte come terapia, molto vicina a quelle modalità che i terapisti definiscono “recettiva” e che sfrutta quell’attitudine psichica a metaforizzare le espressioni artistiche come rappresentazioni del vissuto di ciascuno spettatore.
Esiste, poi, anche un’arte-terapia esecutiva il cui perno è, appunto, l’esecuzione pratica. Il ricorso agli strumenti dell’arte, il contatto con i colori e con gli altri materiali, il gesto creatore, i movimenti del corpo possono coadiuvare interventi terapeutici volti a migliorare condizioni psicofisiche particolarmente disagiate.
Anche questa forma di pratica terapeutica si basa sul rapporto diretto, questa volta non più con l’opera, ma con i differenti medium, da una parte, e il processo esecutivo libero e improvvisato, dall’altra. In questo secondo caso, il prodotto dell’attività svolta (che non sarà un’opera d’arte) si presenterà quasi come un “residuo” della stessa, ma non per questo non avrà significato: in qualità di “oggetto transizionale” potrà servire da ulteriore strumento di comunicazione interpersonale, luogo d’incontro con sé stessi e con gli altri.
Le pratiche terapeutiche che sfruttano i poteri dell’arte si situano, dunque, sia sul fronte della fruizione dell’opera, sia su quello della produzione. Nelle arti-terapie si fa leva sulla capacità creativa dell’uomo, che comprende abilità pratiche, fattive, e immaginative per riattivare nuove ipotesi sulla propria esistenza e sul proprio corpo.
Queste arti-terapie ci presentano l’arte aperta a scopi operativi in grado, sotto un punto di vista funzionalistico ed efficientistico, di giustificare, in buona sostanza, l’importanza che l’arte stessa ha nella vita dell’uomo. Questo era lo scopo dichiarato del libro citato in apertura. Tuttavia, storicamente, l’arte non ha mai escluso dal suo orizzonte motivazioni prosaiche. Basti pensare agli edifici, che, nella loro magnificenza, vengono costruiti perché li si possa abitare; ai monumenti che sono ammonimento e ricordo di eventi passati (ugualmente si può dire dei componimenti poetici); ai ritratti che esaltano il soggetto rappresentato; i quadri e gli affreschi delle nostre chiese erano considerati Biblia pauperum, la Bibbia per i poveri: fungevano da insegnamento per gli illetterati e gli analfabeti che non potevano accedere al libro scritto. Non sarebbe, perciò, una novità individuare nell’arte scopi sociali.
Queste pratiche, però, che ne esaltano il carattere storico e prassistico non possono occultare il carattere essenziale, universale dell’arte (e che è, a ben guardare, quello in cui affonda le radici la terapia di tipo recettivo). Quest’ultima, infatti, pur manifestandosi, di volta in volta, nelle modalità contingenti di un’epoca, sempre lascia emergere la sua vocazione assoluta di ricerca dell’essenzialità delle cose e degli eventi del mondo nel quale siamo immersi, nonché degli aspetti universali dell’esperienza umana.
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