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Due vite e un amore dedicati all’arte

In Ascona, al Museo Comunale, fino a gennaio, si racconta la tormentata storia di vita e d’arte di Marianne Werefkin e Alexej Jawlensky. Ma non è solo la vicenda di due esistenze votate all’arte, è anche la storia di un periodo culturale che a cavallo dei secoli XIX e XX aprì scenari immensi all’arte e alla cultura. Werefkin era nata nel 1860, Jawlensky nel 1864, Van Gogh morirà nel 1890, solo quattro anni dopo l’ultima mostra impressionista, nel 1903 morirà Gauguin, tre anni dopo Cézanne; nel 1905 inizia l’avventura fauve.
Tutte esperienze e fermenti artistico-culturali che emergono da questa ampia mostra curata da Mara Folini, autrice, anche, di un appassionato saggio in catalogo.
La mostra corre parallela seguendo i due artisti. Dagli anni giovanili, in cui il talento della Werefkin emerge subito, quando, allieva di Repin, dipinge uno stupefacente ritratto rembrandiano di Uomo in pelliccia, 1890, dalla pennellata atmosferica in cui è già possibile vedere con sguardo retrospettivo «la potenza del colore che decide della forma». Per vedere invece un’opera del compagno che esprima la sua personalità bisogna rivolgersi al Tavolo nero, 1901, nella quale può intuirsi il rapporto che l’artista avrà in seguito con il colore.
Nel 1896 la coppia si trasferisce a Monaco, lei salda nella scelta di smettere di dipingere per dedicarsi alla crescita artistica di Alexej e per servire la causa dell’arte nuova nella veste di teorica e di “agitatrice culturale” nel suo «salotto rosa».
La mostra segue così la maturazione di Jawlensky, evidenziando il serrato confronto con la pennellata sincopata di Van Gogh (Autoritratto con cilindro, 1904); e in seguito con il colorismo fauve. Quando Werefkin, infine, riemergerà alla pittura, dopo un decennio di intense riflessioni intellettuali, la differente concezione artistica dei due è evidente, conseguentemente il diverso approccio pittorico.
La tecnica pittorica à plat di Gauguin sarà per Werefkin una rivelazione che, unita allo studio di Holden e Munch, la porterà al suo personalissimo simbolismo figurativo. Proprio perché modo espressivo di una precisa scelta etica che, unita ad una concezione messianica dell’essere artista, la spingeva a scegliere un linguaggio (quello figurativo considerato meno elitario rispetto all’astrazione) ritenuto capace di comunicare quel sentimento di unione panica con il mondo e la vita che l’artista doveva assumere e sublimare nell’opera.
La necessità di trasmettere questa concezione mantenne sempre la sua arte su un terreno figurativo oscillante dall’immagine mistica e visionaria a quella narrativo-aneddotica, evitandole moti astrattisti. Con la loro espressività le opere della Werefkin sono come parabole evangeliche: semplici e profonde.
Vocazione diversa è manifestata nei quadri di Alexej: un ripiegamento alla caccia dell’anima delle cose per rivelarne l’essenza. Questa idea si risolve nell’impiego di un colore corposo che lo porterà alle sue celebri Meditazioni degli anni Trenta, anticipatrici di certa pittura informale.
La mostra solida e ben strutturata, segue cronologicamente l’evoluzione e le concezioni teoriche dei due artisti. Sarebbe stata eccezionale se si fossero potuti vedere anche quadri degli autori più amati dalla coppia e di quelli con cui condivisero ansie e speranze.
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