DISTILLATO
Assenzio, il misterioso amaro della Fata Verde
Si narra di leggendarie “proprietà allucinogene”

Un bicchiere d’assenzio, non c’è nulla di più poetico al mondo», scriveva Oscar Wilde. Simbolo dell’allucinazione geniale, iconica bevanda color smeraldo e dall’altissima gradazione alcolica, l’assenzio sta vivendo dopo anni di oblio un rinascimento a base di miscele tradizionali e abbinamenti innovativi. A breve, per l’esattezza il 5 marzo, si festeggia l’Absynthe Day, la sua giornata ufficiale. Quale migliore occasione per andare alla scoperta dell’amaro della Fata Verde?
Partiamo però dalla fine. È infatti di poche settimane fa l’apertura a Milano, nella zona di Lambrate, del Norah Was Drunk, originale cocktail bar che conta ben 10 tipologie differenti di assenzio importate da stabilimenti francesi e tedeschi. I proprietari Niccolò Caramiello e Stefano Rollo si sono ingegnati nel proporre alla propria clientela un’interessante rassegna di long drink, mini-drink e degustazioni a base del distillato maledetto. Facendo così riscoprire gusti di cui fino a poco tempo si era quasi persa la memoria. Una tradizione bevereccia in verità quasi mai consolidatasi in Italia, ma che nella vicina Francia era un vero e proprio must degli avventori. Basti pensare che verso il 1910 il consumo annuale di assenzio toccava nella sola nazione d’Oltralpe i 36 milioni di litri.
Fu del resto in terra francofona che tutto ebbe inizio durante il XVIII secolo. L’invenzione dell’assenzio è ammantata di mistero e leggenda. Si dice fu un medico residente a Couvet nella Svizzera francese, tale Pierre Ordinaire, a distillare per la prima volta l’Artemisia absinthium, o assenzio maggiore, arbusto tipico delle Alpi particolarmente amaro. Anche per via dell’aggiunta di altre erbe officinali come anice verde, finocchio, melissa e coriandolo, questo liquore fu da lui presentato nel 1792 come un fenomenale tonico in grado di curare qualsiasi malanno. Una convinzione che persistette per tutto l’Ottocento, come dimostra una pubblicità della Cointreau oggi esilarante: la casa produttrice di alcolici raccomanda di accompagnare pranzo e cena con un bicchierino d’assenzio, quasi fosse la salutare mela al giorno del proverbio.
Ma continuiamo con la storia. Sempre sul finire del secolo dei Lumi e ancora a Couvet, l’assenzio è commercializzato dalle sorelle Henriod. La ricetta è poi venduta al sindaco della cittadina, Daniel Henry Dubied, che nel 1797 aprì insieme al cognato Henri Louis Pernod la prima distilleria d’assenzio. Pernod si separò poi dal socio una decina d’anni dopo e aprì la propria attività poco oltre il confine francese a Pontarlier. Dal luogo deriva il nome del bicchiere ad ampolla utilizzato ancora oggi per le degustazioni. Nel tempo di cinquant’anni l’amaro ha avvinto a sé tutta Parigi, divenendo la bevanda preferita di intellettuali e popolani. Lo bevono Baudelaire, Hugo, van Gogh e Gauguin. È tema dei quadri di Degas e Manet. Più tardi lo apprezzeranno D’Annunzio e Hemingway. Si comincia a definirlo la Fata Verde, per un supposto effetto stupefacente che stimola l’immaginazione, così come l’Ora Verde le 17, l’orario d’aperitivo.
Altri invece lo chiamano il Pericolo Verde. Sempre più operai se ne ubriacano, cadendo vittima di prodotti talvolta molto scadenti. Si inizia a considerarlo alla stregua di una droga a causa della presenza dell’alcaloide tujone, che crea assuefazione. Ricerche successive smentiranno tali proprietà, ma il complotto è già servito. I produttori di vino, preoccupati per i crolli delle vendite e per l’epidemia di filoxera che ha decimato i vitigni, convincono il governo francese a mettere al bando l’assenzio. Entro i primi decenni del Novecento solo Spagna, Portogallo e Regno Unito non lo dichiareranno illegale. Nel 1992 l’Unione Europea mette fine al proibizionismo, seguita nel 2007 dagli Stati Uniti. La Fata Verde è tornata così a volare. E i barman hanno presto riscoperto la sua versatilità.
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