SANITÀ
Benvenuti nell’inferno del Pronto Soccorso
A Legnano mancano personale e spazi per ospitare una media di quasi 190 casi al giorno. Possibile un ampliamento occupando lo spazio dell’eliporto
Per chi ci arriva in ambulanza, in codice rosso, è l’approdo di un viaggio tra disperazione e speranza. Per chi ci arriva in modo autonomo è, invece, la ricerca di un parere autorevole e, a volte, di una soluzione più rapida rispetto a quella che la via del Servizio Sanitario Nazionale, con le sue liste di attesa imbarazzanti, sa offrire. Per chi ci lavora ogni giorno è, infine, un campo di battaglia, ricco di responsabilità e di difficoltà (insulti e aggressioni fisiche comprese). È questa la situazione che accomuna più o meno tutti i Pronto soccorso d’Italia e che riflette la crisi strutturale del nostro sistema sanitario, vittima di problematiche per anni trascurate, sottovalutate o semplicemente ignorate. Il Pronto soccorso di Legnano, purtroppo, non fa eccezione: a cominciare dal problema del sovraffollamento. Sono 69.145 gli accessi registrati nel 2025, (contro i circa 67mila del 2024, anno che aveva superato di 1.100 unità quello precedente): una media, dunque, di quasi 190 casi al giorno e un trend in evidente crescita.
LE PERSONE DIETRO AI NUMERI
Dietro a questi numeri ci sono esseri umani portatori di patologie e di fragilità: ciascuno con una storia clinica e personale, con il bisogno di cure e di assistenza. Non solo: vanno considerati anche i parenti che accompagnano queste persone, il loro diritto di ricevere informazioni chiare e la necessità di gestire le loro reazioni, che risentono inevitabilmente dell’ansia provocata dalla circostanza.
COMPETENZE E RITMI SERRATI
Insomma, pressioni costanti gravano sul personale medico e infermieristico del Pronto soccorso, che lavora in trincea, se si considera che, all’occorrenza, ha il compito di tenere a bada anche il tossicodipendente, oppure l’ubriaco che dà di matto. In trincea davvero non c’è tregua: a tutti sono richieste elevate competenze tecniche, prontezza decisionale, capacità di gestire lo stress e di lavorare in team. Quello di Legnano, inutile dirlo, è un ospedale di alto livello, con professionalità e dotazioni tecnologiche che lo qualificano tra i migliori della Lombardia. È, peraltro, un punto di riferimento per un bacino d’utenza enorme, considerando che per via di alcune specialità (neurochirurgia, neurologia, cardiochirurgia, trauma-team, etc.), diventa spesso la scelta numero uno di Areu 118.
ORGANIZZAZIONE CARENTE E SPAZI INADEGUATI
Eppure, l’organizzazione non funziona sempre come ci si aspetterebbe: a cominciare dagli spazi, inadeguati ai numeri e alla complessità dell’utenza che afferisce. Ne sanno qualcosa i pazienti parcheggiati per giorni nei corridoi su lettini-barella, in attesa di vedersi assegnare un posto letto nel reparto loro destinato (i cosiddetti pazienti in boarding). Non esiste un’area espressamente dedicata ai colloqui tra i medici e i parenti (necessaria sempre, ma in particolare quando le notizie da comunicare sono critiche, delicate) e non esiste, a quanto pare, neppure uno spazio dedicato a chi termina il proprio percorso di vita in Pronto soccorso: per legge, infatti, le salme devono restare in osservazione per due ore, prima di essere trasferite in obitorio e quest’attesa meriterebbe forse un ambiente più consono, rispetto a quello di norma utilizzato. Non esiste, inoltre, una separazione tra i pazienti che arrivano (i cosiddetti “nuovi accessi”) e quelli che sostano da giorni e che necessitano, ovviamente, di essere rivalutati dal punto di vista clinico: questa promiscuità rischia di rallentare le accettazioni e di minare la qualità delle rivalutazioni. Tra i progetti di cui si parla già da qualche anno (e che sarebbero ovviamente in capo a Regione Lombardia), c’è l’ampliamento degli spazi, sfruttando l’area dell’eliporto: quest’ultimo sarebbe realizzato ex novo un po’ più in là, in mezzo alla campagna e, in tal modo, l’Asst Ovest Milanese avrebbe luoghi idonei per far fronte ai crescenti carichi del Dipartimento emergenza urgenza.
PERSONALE INSUFFICIENTE
Se gli spazi sono insufficienti, lo stesso vale per il personale medico e infermieristico, e questa carenza concorre a determinare tempi d’attesa spesso inaccettabili. Insufficiente è anche il numero degli ausiliari (i cosiddetti Oss), il cui ruolo (igiene del paziente, somministrazione dei pasti per chi non è in grado di mangiare autonomamente, assistenza e trasporti in barella), è fondamentale per supportare l’équipe medica e infermieristica. Risultato, infermieri che devono lavare e cambiare gli anziani, portare loro una coperta se hanno freddo o la bottiglietta dell’acqua se hanno sete: ma siccome non sempre hanno il tempo di occuparsi anche di queste cose, succede che il vassoio lasciato sul tavolino accanto alla persona che avrebbe necessità di essere imboccata venga portato via intonso, o che l’anziano resti per ore con il bisogno di essere lavato e cambiato. La carenza di personale peggiora, insomma, la qualità dell’assistenza.
INUTILE ACCUSARE
Inutile e improduttivo puntare l’indice su questo o su quell’ufficio, oppure su chi lavora in Pronto soccorso e su chi ne è a capo. Il problema è ben più complesso e risente, come detto, di carenze strutturali e di una politica sbagliata, oltre che di una gestione problematica dei flussi tra territorio e ospedale.
LE SPERANZE
Banale dirlo, ma il Pronto soccorso è il biglietto da visita che un ospedale consegna alla propria popolazione di riferimento: i dati stessi dimostrano l’assoluta centralità di questo servizio. E così come a livello centrale occorrerebbe una seria collaborazione tra il mondo della sanità e quello della politica, a livello locale sarebbe sufficiente che tutti - generali e soldati semplici (per tornare alla metafora della trincea) - si sedessero attorno a un tavolo: non per risolvere i problemi con la bacchetta magica che nessuno evidentemente possiede, ma quantomeno per confrontarsi con la voglia di collaborare, per quanto si può. E se tra i vari reparti e i professionisti che ci lavorano si stringesse una vera e propria “alleanza terapeutica”, nella logica di una presa in carico seria e realmente condivisa, almeno una parte dei problemi che gravano sul Pronto soccorso sarebbe probabilmente già risolta.
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