VITA DA CRONISTA
Bossi e il segreto svelato della cena col Cav
Vietò a tutti i leghisti di parlare. Il ricordo di Federico Bianchessi
«La Lega è nata grazie a due cose. La prima, quando a Bergamo mi sono reso conto che quelli davvero erano pronti a impugnare le armi. Non era una battuta la mia, trecentomila forse no, ma tanti sì. Ho pensato, bisogna fare qualcosa per fermarli. La Lega Lombarda». E la seconda? «La legge Basaglia». Quella che chiuse i manicomi? «Appunto…». Gli piacevano le battute al Senatùr, anche su se stesso. Quella sera a cena con il Bossi e il suo stato maggiore, in una pizzeria romana, sempre la stessa. Era tra la fine del ’94 e il gennaio ’95 quando la Lega minacciava di spaccarsi e il Bobo Maroni raccoglieva congiurati per assicurare la fiducia al governo con Berlusconi che il Senatùr voleva invece liquidare. Stessa pizzeria, ma due tavolate, separate e distanti. Passavi da una per sentire Maroni profetizzare «se rompiamo ora con l’appoggio di D’Alema e Buttiglione, alle prossime elezioni finiamo come un prefisso telefonico, lo zero virgola». E all’altra, quella del Capo, più affollata, dove si era sicuri della strategia.
Alleanza tattica
Del resto, l’alleanza con Forza Italia era stata tattica fin dall’inizio. Le inchieste aperte dalla magistratura in Sicilia a carico del Cavaliere sembravano annunciare una imminente incriminazione e la sua fine politica. Il concetto lo espresse chiaramente un’altra sera, ma era quasi notte e Bossi rincasava a piedi, toscano tra le labbra, incrociandomi in una stradina romana in compagnia di un collega del Giorno. Per la prima volta, gli sentii descrivere cosa aveva davvero in testa. «La Lega», spiegò, ispirato, «occupa il centro politico, quello dei moderati. Quando Berlusconi sarà fatto fuori dai magistrati, il Sud se lo prendono i fascisti, il Centro i comunisti. E il Nord lo prendiamo noi. Ma con il Nord, la Lega avrà la maggioranza anche nel Paese e saremo noi a garantire la democrazia».
Un disegno niente affatto da matti slegati, magari surreale, tra utopia e miopia. Macché federalismo, mi suggerì Ignazio La Russa, allora deputato del Msi-Dn: «Bossi è soltanto molto furbo. E ama il potere. Il federalismo gli è servito a creare un partito di successo e esserne il capo. Finché gli serve, quel disegno sta in piedi».
«Trattare a Roma»
E in effetti, qualche tempo dopo, a un’assemblea federale durante la quale gli vennero consegnati gli statuti di autonomia dei futuri stati – dal Piemonte al Veneto alla Toscana -, prese i fascicoli e li accantonò sul tavolo senza nemmeno dare un’occhiata: «Questi mi servono per trattare a Roma». Trattare che cosa? Spulcio un ritaglio dalla Voce, il quotidiano diretto da Montanelli per il quale ero cronista politico a Roma in quel periodo: «La pagnotta prima, il panettone poi. Eccolo qui, il nuovo slogan di Bossi. Dove “pagnotta” significa legge finanziaria, mentre il “panettone” è tutto il resto della fede leghista: federalismo, ma acne antitrust e smembramento dell’impero berlusconiano nelle comunicazioni. «La pagnotta è per l’Italia, mica per noi, sia ben chiaro», ci tiene a spiegare Pierluigi Petrini, capo dei deputati del Carroccio, «e non possiamo fare i grandi cambiamenti nel Paese se l’economia va a catafascio». Pare di sentir parlare il Cavaliere e visto che Petrini parla, come tutti i capi leghisti, dopo aver sentito Bossi e Bossi è stato a cena a casa di Berlusconi proprio l’altra sera…».
Realpolitik, persino moderatismo. Mi era già capitato una volta di vedere Bossi nella parte.
Il comizio più noioso
A Mantova, dopo le prime elezioni di trionfo leghista. Corteo notturno, tantissima gente, fiaccole in mano, canti, bandiere. Atmosfera inquietante, una parola e avrebbero potuto mettere in fiamme la città. Il comizio si tenne in un grande padiglione, forse accanto a una bocciofila, affollato all’inverosimile. Fu il discorso più noioso, interminabile, arzigogolato – veniva da dire democristiano, non tanto per i contenuti ma per i toni – mai sentito da un politico. Le torce vennero spente e alla fine tutti tornarono a casa un po’ delusi. Sapeva infiammare, soprattutto a Pontida, ma anche spegnere al momento giusto. Non c’è mai stato un episodio di violenza ispirato da qualcosa detta da Bossi, sia pure per un fraintendimento. È sufficiente per rilasciargli la patente di «sincero democratico» come fatto l’altrieri dal presidente Mattarella alla notizia della scomparsa? Sì, in termini strettamente politici. Duro e puro, sì, ma capace di ammorbidirsi e di misurarsi sul terreno parlamentare e istituzionale. «La Lega raccoglie i voti di chi prima votava Dc e Bossi lo sa benissimo», mi spiegava un dirigente e allora deputato dei Ds, con forti legami a Varese (era figlio del noto costruttore Antonio), Franco Bassanini, «quindi non farà certo la rivoluzione». E certo non era un sovversivo, l’Umberto, gli slogan erano efficaci e rumorosi, come quello dei «trecentomila bergamaschi in armi», ma morta lì.
A volte, però, la cultura democratica qualche crepa la mostrava. Quando disse a un altro comizio che avrebbe «stirato la schiena» a un magistrato varesino (fui costretto a venire in treno, rimborsato, da Roma a Varese, al tribunale, per testimoniare davanti allo stesso pm oggetto della frase). O quando emanò un suo piccolo editto di proscrizione (peraltro nulla in confronto a quello berlusconiano) con cui vietava ai deputati di parlare con un elenco di giornalisti, tra cui il sottoscritto. Colpa: avere dato conto della cena segreta di Bossi a casa Berlusconi di cui sopra.
La Fnsi: «Minculpop»
«Roba da La censura sollevò un polverone a Montecitorio, la Fnsi dichiarò «È roba da Minculpop», il giornalista Vittorio Orefice ricordò un solo precedente da parte del governo Scelba, ma verso un giornalista dell’Unità, mentre questo, dell’ottobre 1994, comprendeva undici nomi, da Gianfranco Ballardin del Corriere della Sera a Goffredo De Marchis del Giornale. Ricevetti un telegramma di solidarietà anche da Gianni Pilo, primo sondaggista di Berlusconi e deputato. Va dato atto che soltanto un paio di parlamentari mi dissero «Mi dispiace, non posso parlare con te» e anzi Elisabetta Bertotti, fondatrice della prima sezione della Lega a Trento e già alla seconda legislatura, disobbedì platealmente: «Io con voi ci parlo, anzi parlerò soprattutto con voi». Un anno dopo, fu espulsa.
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