GENERAZIONE Z
Centennials, i ragazzi post-duemila

Il mondo prima di internet non hanno idea di cosa fosse.
La tecnologia l’hanno a disposizione da che sono nati.
Secondo una ricerca su scala mondiale di AdReaction, che analizza i comportamenti, gli atteggiamenti e la risposta alla comunicazione delle varie generazioni, tra le loro caratteristiche c’è anche quella di passare con velocità da un messaggio all’altro. Tra i loro miti c’è Greta Thunberg, che ha fatto sentire la sua voce per la salvaguardia dell’ambiente a soli 16 anni e che ha ottenuto una candidatura al Nobel per la pace.
Sono i Centennials, o Generazione Z, i nati dopo il Duemila. Quelli per cui lo smartphone, internet, i social influiscono in maniera forte e totalmente nuova sulla percezione della realtà, sul senso di comunità e socializzazione.
Secondo l’Istat, nel 2018 erano, nelle nostre scuole, tra i 3 e i 18 anni, 8 milioni. Con un clic si collegano a un mondo che ai loro occhi si profila sempre più “on demand”.
Rappresentano una sfida. Per il mercato. Per la comunicazione. E per la scuola. Al punto di essere osservatorio di partenza del libro La scuola dei centennials (Egea) di Valentina Aprea, membro della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera dei Deputati e già assessore regionale della Lombardia all’istruzione, formazione e cultura e sottosegretario del ministero dell’istruzione.
Un libro che invita la scuola a non sottovalutare la portata dei cambiamenti che le tecnologie digitali hanno innescato nei ragazzi, cercando di tracciare una strada per una formazione 4.0 in questa fase di evoluzione tecnologica, arricchito da testimonianze ed esperienze di dirigenti, docenti e studenti di tutta Italia.
«In Commissione Cultura congiunta con la Commissione Lavoro – anticipa – con una mia richiesta ho ottenuto di prevedere che i docenti che vengano assunti con il cosiddetto decreto “salva precari” siano valutati anche per le competenze digitali e l’uso del coding. Si afferma così il principio di introduzione della didattica digitale per superare quel “digital divide” per il quale anche il rapporto Ocse 2019 ci vede quale peggiore performance dei Paesi che ne fanno parte».
L’apprendimento basato su nuove didattiche va dalle app al coding alla robotica esistente già in molte scuole. Ma spesso ancora «la docenza italiana non è pronta».
Con importanti sottolineature. «A noi –prosegue Aprea – deve interessare che si abbiano conoscenze utili sulle tecnologie, mantenendo anche il meglio della tradizione didattica, con l’innovazione degli strumenti».
Un affiancamento, non una sostituzione. Con gli adulti che sappiano per aiutare nei ragazzi la consapevolezza nell’utilizzo delle tecnologie. Perché, e gli esempi sono tanti anche in Italia, questi nativi digitali hanno competenze che non vanno sottovalutate: c’è chi ha realizzato una cintura per aiutare un’amica non vedente a orientarsi nello spazio grazie a un sistema di sensori a ultrasuoni, chi, a 12 anni, ha inventato un sub robot per identificare le microplastiche in mare, chi a 18 è inventore in campo aerospaziale. «Loro possono realizzare i loro sogni a prescindere dall’età e dal luogo», nota Aprea. Con un’altra fondamentale sfida: la piena padronanza della lingua straniera. L’inglese, ma anche l’arabo e il cinese.
«La dimensione internazionale è fondamentale – conclude Aprea -, noi dobbiamo fare ricerca internazionale e i nostri giovani devono lasciare la scuola superiore con competenze nella cosiddetta “lingua 2” come se fosse la prima».
© Riproduzione Riservata