LE SPECIE
Charles Darwin e lo scandalo del 1859
Il 24 novembre viene pubblicata la teoria dello studioso: l’uomo discende dalla scimmia

Londra, 24 novembre 1859. Il libro, appena uscito, costa 15 scellini - non poco - ma le 1.250 copie ordinate dai librai sono esaurite in giornata.
Eppure L’Origine delle Specie per selezione naturale non è un romanzo, ma un tomo di 490 pagine e l’argomento è assai complesso. L’autore è Charles Darwin. In realtà, ha la teoria in testa da almeno vent’anni, ma ha scritto il libro quasi di getto negli ultimi 13 mesi aiutato dalla moglie Emma, che ha corretto le bozze e ha anche criticato l’eccesso di punteggiatura.
Alla fine, ne è uscito un testo originale: mischia il linguaggio scientifico con quello comune in una prosa colta ma anche popolare. Facilmente comprensibile a tutti, insomma.
Darwin, 50 anni, è uno scienziato affermato: nel 1839 il suo Viaggio di un naturalista intorno al mondo è stato un bestseller. Poi, saggi sulla barriera corallina, sui vulcani e, negli anni Cinquanta, ben quattro monografie sui cirripedi. Ha anche vinto la prestigiosa Royal Medal. Nondimeno non ha mai parlato a nessuno della sua scoperta. Però la ha annotata in alcuni taccuini, rigorosamente segreti.
Cosa si nasconde dietro tanto mistero? Bisogna tornare indietro. Darwin, rampollo di una famiglia facoltosa, è stato uno studente mediocre: abbandonata medicina, si è laureato in teologia naturale a Cambridge. Il padre voleva spedirlo a fare il parroco di campagna.
Ma, appassionato di storia naturale, il 27 dicembre 1831 si è imbarcato sul Beagle, un brigantino inglese che deve mappare terre inesplorate. Ha 22 anni, è l’uomo di compagnia del capitano e può anche lavorare come naturalista.
In cinque anni - fino al 2 ottobre 1836 - ha fatto il giro del mondo: tutto il Sudamerica, la Nuova Zelanda, le isole dell’Oceano Indiano. E ha raccolto e spedito in Inghilterra casse stracolme di fossili, animali, rocce, piante.
Tornato, si è confrontato con i più importanti esperti dell’epoca. E tra il 1837 e il 1838 ha capito il “mistero dei misteri”: le specie animali e vegetali sono tutte imparentate tra loro e derivano da un ceppo comune. L’uomo e le scimmie, ad esempio, hanno un “nonno” comune, vissuto sei milioni di anni fa. Nel tempo si sono differenziati, mutando, perdendo o accentuando caratteri peculiari. Le circostanze ambientali hanno così determinato quale fossero i più convenienti e vantaggiosi attraverso una “selezione naturale” spontanea.
Una rivoluzione, ma Darwin, prudente, ritiene che la sua epoca non sia ancora pronta ad accogliere una teoria così ardita. Decide di non rischiare, e nel 1844 sigilla i suoi taccuini.
Passano gli anni, e nel giugno del 1858 Alfred Wallace, un giovane naturalista che lavora in Malesia, gli spedisce il manoscritto di un saggio dal titolo Sulla tendenza delle varietà ad allontanarsi indefinitamente dal tipo originario. Il giovane è arrivato più o meno alle sue stesse conclusioni. E allora non si può più ritardare. Darwin scrive in fretta L’Origine e la pubblica: del resto lui ci è arrivato vent’anni prima.
Il libro ha un successo straordinario e scatena un dibattito infuocato: il vescovo di Oxford lo definisce “degradante per la dignità della natura umana”. Chiaro: Darwin non intende attaccare la Chiesa, ma molti religiosi non possono tollerare che l’uomo sia “solo” una scimmia evoluta, e non una creatura fatta a immagine e somiglianza di Dio.
Non solo: presto il suo pensiero viene applicato anche ai fenomeni della società. Per i marxisti l’evoluzionismo - cioè la lotta per sopravvivere - dimostra l’esistenza di un meccanismo selettivo che alla fine farà trionfare il socialismo. Ma al contrario la selezione naturale viene anche utilizzata per giustificare i peggiori eccessi razzisti e antiliberali, la sopraffazione dei popoli sui popoli, dell’uomo sull’uomo. Eppure Darwin, proprio nell’ultima pagina, sostiene, semplicemente, che vi sia “qualcosa di grandioso” nel fatto che “da un inizio tanto semplice, così tante forme di vita si siano evolute e stiano evolvendo, tutte straordinariamente belle e degne della più grande ammirazione”.
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