CORONAVIRUS
Per il vaccino la strada è lunga

L’epidemia in corso dovuta al Coronavirus SARS-CoV-2 ha generato una particolare cura e molta preoccupazione nelle istituzioni sanitarie di tutto il mondo. Purtroppo, trattandosi di un virus nuovo, la cui origine non è ancora del tutto conosciuta, manca un vaccino che possa bloccare la sua diffusione.
Ma quanto tempo occorre prima di poter disporre di un vaccino? È la domanda più frequente che viene posta agli esperti.
A tale riguardo, non è possibile fare una previsione esatta. Il processo necessario per sviluppare e mettere in commercio un vaccino deve seguire le stesse procedure previste per i farmaci e richiede tempi lunghi (fino a 10 anni).
Per la prima fase di questo percorso bisogna capire come il virus o il batterio si trasmette, entra nell’organismo umano e si replica, per poi identificare quali sono gli antigeni (componenti del virus o del batterio) in grado di attivare una risposta del sistema immunitario all’agente patogeno.
Una volta identificata la potenzialità del vaccino è necessario condurre degli studi “in laboratorio” (sperimentazione preclinica), utilizzando colture di cellule (in vitro) e modelli animali (in vivo) per valutare l’efficacia del vaccino e il suo profilo di sicurezza.
Terminata la sperimentazione preclinica, se i dati ottenuti in laboratorio indicano che il vaccino è efficace e sicuro si passa a quella sull’uomo (clinica), suddivisa in quattro fasi. Le prime tre precedono la messa in commercio, mentre la quarta consiste in studi fatti dopo la commercializzazione. Le fasi sono sequenziali: si passa alla successiva se si hanno risultati positivi in quella precedente.
Nella prima fase (fase 1) si studia il vaccino in poche persone (tra 20 e 80), dopo di che il numero di persone aumenta fino ad alcune migliaia (fase 3). Ogni passaggio di questo processo è autorizzato dalle agenzie regolatorie e dai comitati etici.
Se gli studi condotti documentano l’efficacia e la sicurezza del vaccino, il produttore può sottoporre alle agenzie del farmaco competenti, in Europa la European Medicines Agency (EMA) e negli Stati Uniti la Food and Drug Administration (FDA) una richiesta di autorizzazione alla commercializzazione. Solo se la valutazione delle autorità regolatorie è positiva, il vaccino viene messo in commercio.
In situazioni di emergenza per infezioni molto diffuse in diverse parti del mondo, come quella attuale per il Coronavirus, lo sforzo comune di ricercatori, di aziende farmaceutiche e di istituzioni sanitarie possono facilitare la messa a punto, in tempi relativamente brevi, di un vaccino.
Le autorità sanitarie possono consentire, ad esempio, che si passi subito a una sperimentazione sull’uomo.
Comunque, il principio precauzionale “non nuocere” non viene mai meno.
In caso di infezioni con elevato rischio di morte per alcune popolazioni (come è avvenuto anni fa per Ebola) si può eticamente accettare che i rischi legati ad una limitata conoscenza del vaccino siano inferiori alla mortalità conseguente ad una grave malattia.
Se sarà possibile, come ipotizzato da alcuni gruppi di ricerca sul Coronavirus, disporre di uno o più vaccini entro 3-4 mesi, con dati sufficienti sulla loro efficacia, resta sempre impossibile una sperimentazione su un gruppo numeroso di soggetti (fase 2 e fase 3) prima del prossimo anno.
Cosa fare in attesa della disponibilità di un vaccino? Per fermare l’epidemia sono importanti alcune misure di contenimento, le stesse che sono già in corso. Identificare prima le persone che presentano i sintomi dell’infezione ed effettuare il test per verificare la presenza del virus tenere in isolamento i casi positivi. Rintracciare successivamente le persone che hanno avuti contatti stretti e prolungati con le persone ammalate e monitorare il loro stato di salute.
L’epidemia di Sars, che nel 2003 ha colpito 8.098 individui e causato 774 morti, è stata fermata nell’arco di pochi mesi grazie a queste misure.
Per ciascuno di noi è molto importante seguire quelle semplici misure igieniche che prevengono tutte le infezioni respiratorie: lavarsi le mani spesso e accuratamente, con acqua e sapone, per almeno 20 secondi; riparare la bocca e il naso, quando si tossisce o si starnutisce, con un fazzoletto di carta da gettare via e da non rimettere in tasca; tossire nell’incavo del braccio ed evitare di toccare occhi, naso e bocca che sono le comuni vie d’infezione; non stare a stretto contatto con persone che presentano i sintomi di una malattia respiratoria (starnuti e tosse).
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