ARTE
Da Venezia a Roma: il Gran Teatro delle città
Dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma dodici capolavori. Non raffigurano solo architetture, ma anche l’anima vitale delle città

«Dicesi disegnar vedute a quello studio che fanno i Pittori [...] andando attorno per diverse campagne o in luoghi eminenti in città, ritraendo o con penna o con lo stilo, o con inchiostro della China, o con acquerelli, pasi, abitazioni, boscherecce, città, fiumi e simili». Così nel 1681 lo storico Filippo Baldinucci definisce la veduta, un genere pittorico che conosce particolare fortuna in Italia tra l’ultimo quarto del Seicento e il Settecento e che vede protagoniste città come Roma, prima tappa italiana del Grand Tour, e Venezia, che ne rappresentava la meta finale. Nel viaggio attraverso la Penisola gli artisti trasformano le città nel palcoscenico di un magnifico teatro all’aperto, catturato con sguardo fotografico e coinvolgimento poetico. A dodici vedute di Roma e Venezia, opera di Giovanni Antonio Canaletto, Gaspar Van Wittel e Bernardo Bellotto, provenienti dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, è dedicata la mostra allestita al Complesso Monumentale di San Francesco a Cuneo, con la curatela di Paola Nicita e Yuri Primarosa.
Fu l’olandese Gaspar Van Wittel (1653-1736) a introdurre in Italia un nuovo modo di raffigurare il paesaggio, debitore della tradizione nordica e di conoscenze della scienza ottica. Girovagando per la campagna romana e lungo le sponde del Tevere, tra il Pincio e piazza del Popolo, Van Wittel realizzò grandi composizioni architettoniche a volo d’uccello animate da personaggi in movimento e invase da un’atmosfera vitale. Utilizzò la camera ottica, uno strumento che consentiva grande precisione nella ripresa diretta di un paesaggio, poi rielaborato in studio. Per questo – e per un difetto della vista – era soprannominato Gaspare dagli occhiali. L’intelligenza profonda che aveva della prospettiva, dell’architettura e dell’ottica, colle cui regole sempre operava, aggiunta all’ottimo gusto e savio discernimento, ci fa ben vedere nel «personal suo gigantesco [l’artista era di alta statura fisica] la mente eziandio gigantesca», scriveva di lui l’amico e biografo Lione Pascoli.
Roma è anche protagonista delle due opere in mostra del piacentino Giovanni Paolo Pannini (1691-1765), tra i maggiori interpreti del capriccio architettonico, in cui architetture esistenti e fittizie si fondono in vedute “ideate”.
Il percorso attraverso i capolavori delle Gallerie Nazionali di Arte Antica prosegue con le quattro vedute veneziane di Giovanni Antonio Canal (1697-1768), il Canaletto, che della sua città d’origine ha saputo cogliere l’essenza grazie all’uso magistrale della luce e dei colori, alle stesure nitide e luminose che ingannano l’occhio dell’osservatore con un’esattezza in apparenza impeccabile. Le vedute dell’artista alimentano il mito di Venezia come connubio unico tra natura e perfezione architettonica, che il maestro otteneva grazie alla rielaborazione in studio di schizzi eseguiti «sopra il luoco», cioè dal vero. Sfruttando la sua esperienza come scenografo, assemblava disegni presi da diversi punti di vista così da creare vedute di un’ampiezza innaturale ma stupefacente per l’occhio.
Bernardo Bellotto (1721-80), allievo e nipote di Canaletto, fu il vedutista di maggior successo internazionale: non solo raccolse l’eredità dello zio, continuandone la tradizione, ma la estese oltre i confini della penisola italiana. La Piazza del Mercato della Città Nuova di Dresda (1747 ca), capolavoro della sua maturità, è una delle quattordici vedute che il principe di Sassonia Augusto III commissionò a Bellotto per celebrare l’ambiziosa e moderna architettura del centro cittadino, teatro di bellezza e al contempo spazio vivo e animato.
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