TRA INCANTO E DISINCANTO
Riaperti i Musei Civici

Il 19 giugno sono stati inaugurati a Domodossola i Musei Civici Gian Giacomo Galletti: un momento da salutare con gioia, perché i musei civici sparsi «dalle Alpi alla Sicilia» sono, per il nostro Paese, non solo una ricchezza intellettuale, ma civica, civile e morale. Sono le preziose capsule temporali di una identità che si è formata nel fluire del tempo, che per quanto riguarda noi italiani è, almeno, secolare. Parlare di identità culturale non è facile specialmente in un periodo in cui questo concetto è spesso catturato entro un dibattito politico che da una parte lo arrocca su posizioni di immaginato immobilismo, dall’altro lo diluisce omeopaticamente nel grande oceano della globalizzazione senza confini.
Le identità culturali, si dice anche, in fondo, non esistono, perché specificità della cultura e dell’identità ad essa connessa è quella di essere sempre mobile, trasformabile e mutevole. Se è senz’altro vero che la cultura è il risultato di perpetui influssi allogeni e apporti autoctoni, è falso che cultura ed identità non esistano. Esse sono sempre rintracciabili, individuabili, circoscrivibili; in un dato momento storico con i tempi propri dell’uomo e non delle macchine, è sempre possibile rintracciare le peculiarità che formano una specifica cultura e identità; si può individuare, cioè, quanto c’è di comune in un insieme di comportamenti, di idee, di credenze, di oggetti mantenuti da un gruppo di persone in un periodo storico e quanto questo le distanzi da altre formazioni culturali. Sta proprio nel fluire del tempo e nelle tracce che esso lascia la possibilità di rin-tracciare la storia di una comunità e il suo proprio comune. «Il tempo aveva conservato tracce del suo scorrere: i frammenti architettonici, risalenti al periodo medioevale convivevano con le grandi aperture ottocentesche, con i volumi delle due scale di recente realizzazione, con il soffitto piano ribassato della navata centrale. Elementi appartenenti a diversi linguaggi si fronteggiavano e scontravano in un unico spazio», queste le parole con cui l’architetto Paolo Rancati apre le sue note esplicative dell’intervento di risistemazione dei musei civici. In Italia non sono poche situazioni di questo genere. È vero, le stratificazioni di interventi umani che si sono succedute nei secoli possono aver un significato proprio solo nel quadro di volta in volta considerato. Se le peculiarità architettoniche dei musei civici ossolani acquistano il loro vero senso unicamente dall’essere parte di quella storia locale, e se questo senso specifico è valido solo in quel particolare contesto, è altrettanto vero che tale esempio può essere paradigma interpretativo e significante anche al di fuori del suo scenario. L’indicazione di senso che questo contesto fornisce apre il “comune” degli Ossolani all’universale dell’esperienza umana: ogni uomo, ogni società ha la sua storia e può rintracciarla, in casi simili ad esempio, nel sovrapporsi dei linguaggi architettonici, anche qualora questi fossero totalmente cancellati, mercé la memoria e la documentazione. Il museo, grazie anche agli spazi extramuseali, quali la caffetteria, la libreria, le aree verdi può oggi essere luogo di socializzazione, di esperienza e di discussione civica; un luogo vivo, una piazza istituzionale che la singola comunità deve mettersi a disposizione, con rispetto, per conservare, approfondire e sperimentare, in primis, sé stessa: interrogarsi sul punto cui è giunta e sul suo cammino. Le mostre temporanee, che spesso anche i musei locali ospitano, se ben ponderate, giocano un ruolo importante nella complessa questione identitaria-culturale: possono essere confronto tra passato e presente, indicazione di un futuro e misurazione dello scarto tra realtà differenti.
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