DA PROVARE
La buona cucina bussa alla porta

Se il delivery, la consegna a domicilio di piatti pronti, era già un’abitudine per molti, durante il lockdown d’inizio 2020 e l’attuale, con i ristoranti chiusi, è diventata una vera e propria necessità. A dirlo sono i numeri: secondo un’analisi di settore, il 40% dei nuovi clienti “conquistati” durante la fase uno della pandemia non aveva mai utilizzato un servizio di questo tipo in precedenza e Just Eat, uno dei portali leader della ristorazione a domicilio, ha visto crescere del 30% il numero di locali presenti sull’applicazione di riferimento, i quali a loro volta hanno ricevuto richieste sul servizio 5/6 volte superiori durante il periodo di confinamento.
E lo stesso vale per le aziende concorrenti che operano a livello nazionale come Deliveroo e Glovo, giovane start-up spagnola che offre un servizio di corriere on demand che acquista, ritira e consegna a domicilio i prodotti ordinati attraverso la sua applicazione, non solo i piatti pronti preparati dai ristoranti.
A livello locale è invece in crescita esponenziale l’utilizzo del delivery offerto da Mi Piaace, nata a Varese per un’intuizione qualche anno fa e che ora si è dimostrata un’alternativa alle grandi piattaforme, garantendo tempi di consegna più rapidi nei ristoranti preferiti dai residenti nei maggiori comuni della provincia. Solo il 18% del food delivery però, passa attraverso le piattaforme digitali. Moltissimi sono i ristoranti che si sono “arrangiati da soli” e sono soprattutto quelli gourmet, con menu ricercati e piatti che necessitano di essere trattati con riguardo, fino all’arrivo sulla tavola.
Un’operazione non sempre semplice a cui ormai sempre più chef hanno affidato alla formula del delivery così detto “ready to cook”, pronto da cuocere. Non si riceve più il piatto pronto, rischiando che si rovini durante trasporto o arrivi a destinazione tiepido, ma gli ingredienti già pronti, spesso preparati e conservati sottovuoto, da riscaldare/ravvivare in pochi minuti, e poi impiattare.
Quindi è una via di mezzo fra il cucinare da zero, a partire dagli ingredienti, e l’ordinare un piatto pronto. Seguendo le poche e semplici indicazioni degli chef si possono rigenerare i piatti legati alle nostra cucina e alle nostre tradizioni. A parte a pizza, il piatto più ordinato in assoluto a domicilio nella versione classica Margherita, seguita dalla diavola e dalla capricciosa, la mappa del cibo a domicilio è infatti tutta rivolta alla cucina etnica. Dopo l’hamburger americano (cheeseburger in testa, ma crescono anche i veggie burger), ci sono infatti i piatti giapponesi (nigiri, edamame e uramaki Philadelphia sono i più ordinati), a seguire la cucina cinese (con i ravioli al vapore e gli voltini primavera) e il poké, piatto della tradizione hawaiana a base di riso bianco, pesce crudo e verdure, che è la novità più in crescita (+133% in un anno), ma piacciono anche il messicano (grazie ai nuovi consumi di tacos e burritos), la cucina greca (pita, tzatziki e l’immancabile insalata) e la cucina indiana.
C’è un’altra realtà, sempre legata al reperimento di cibo attraverso le applicazioni che però non prevede la consegna a domicilio ma l’asporto, che il lockdown ha fatto scoprire ai varesotti e che vale la pena menzionare per la duplice bontà del progetto.
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