MEMORIE
Francesco Guccini: “Canzoni da osteria”
Un’antologia di cover popolari che hanno segnato la biografia dell’autore. «Bella ciao» apre il disco in versione fisica

Doveva smettere, e invece è stato capace di due dischi in due anni. Storia narra che, quando l’anno scorso Francesco Guccini fu convinto a registrare le proprie Canzoni da intorto, l’elenco dei brani selezionati dal cantautore modenese era molto più denso. E Guccini fu chiaro: o si fanno tutti o nessuno. È così che è venuto alla luce il secondo capitolo del progetto, Canzoni da osteria, un’antologia di cover popolari che hanno segnato un preciso periodo della biografia gucciniana: i suoi anni da studente a Bologna alla fine degli anni Sessanta.
Le osterie della memoria di Guccini sono al contempo fatte di luoghi, suoni e soprattutto persone. «Passo come un grande esperto di osterie – dice –, ma nella mia vita ne ho frequentate solo tre. Una si chiamava Osteria dei Poeti e questo faceva illudere molti di noi giovani romantici, quando invece era il cognome di una famiglia del Medio Evo. Un’altra Osteria da Gandolfi e l’ho frequentata per un anno e mezzo tutte le sere. L’Osteria della Dame è stata fondata poi da un frate domenicano, tale Michele Casali. Erano posti tristissimi. Anziani semialcolizzati sonnecchiavano di fronte al quartino. Però quando arrivavamo con le chitarre si rallegravano, spesso offrivano da bere, si entusiasmavano al ricordo di qualche errore giovanile. Tra di noi che cantavamo c’erano nordamericani che studiavano medicina, greci che studiavano ingegneria, latino-americani, somali che studiavano scienze politiche o medicina».
Assidui sodali di queste nottate in una città che non dormiva mai erano la statunitense Deborah Kooperman «che cantava canzoni folk americane di cui una, Cotton Fields, è dentro il disco» e il greco Alexandros Devetzoglou, autore della conclusiva 21 Aprile «contro il golpe di stato dei colonnelli in Grecia nel ‘67. Abbiamo fatto con loro anche degli spettacoli insieme, nel ‘70-’71. Alexandros cantava sempre 21 Aprile e io l’avevo imparata anche in greco, la lingua straniera che ho cantato con più facilità. C’è la canzone catalana La tieta che ho avuto il piacere di cantare a Barcellona assieme all’autore Joan Manuel Serrat. Mi ha corretto qualche errore di pronuncia che ovviamente mi sono dimenticato e nel disco ci sono tutti. Canto canzoni in castigliano e due in dialetto bolognese».
C’è infatti una pluralità di lingue e linguaggi nelle 14 tracce arrangiate da Fabio Ilacqua, che vedono la partecipazione di Flaco Biondini ne La chacarera del 55 e del Coro Alpino Orobica ne Il canto dei battipali. Hava Nagila, per esempio, è un brano in ebraico composto dal musicologo Idelsohn Zwi per festeggiare la vittoria inglese in Palestina nel 1918: «Quando ho deciso di inserirlo non era ancora iniziata l’atroce guerra che c’è in questo momento. L’ho fatto ricordando certe serate all’Osteria delle Dame con questo amico, tale Elisha, che io chiamavo Eliseo, che la scorsa primavera mi ha telefonato da Israele perché stava ricontattando tutti gli amici universitari per ricordare i tempi in cui faceva lo studente di medicina a Bologna».
L’incipit dell’album è affidato a Bella ciao, di cui Guccini ha colto la trasformazione universale che il canto ha subito recentemente: «È diventata una canzone misteriosamente internazionale. Nella serie televisiva La casa di carta la si sente cantare in italiano. E così anche molte donne iraniane cantano Bella ciao in italiano. È diventata il simbolo della protesta contro la teocrazia iraniana. Io desideravo fare un piccolo omaggio, seppur modesto, e per questo canto una strofa in farsi. È una canzone strana, passa per una canzone partigiana ma la cantavano anche le mondine. Ho cambiato una parola al testo: “e ho trovato l’oppressor”, non “l’invasor”. Perché l’Iran non è stato invaso, ma c’è gente che opprime».
© Riproduzione Riservata