ARTE
Il Duomo nel mio atelier

Incontro il Maestro scultore Nicola Gagliardi, per anni collaboratore della Veneranda Fabbrica del Duomo, nel suo atelier a San Vittore Olona, dove è nato nel 1944.
Avvicinato, fin dalla fanciullezza, all’arte e alla pratica lapidica dal nonno paterno, Nicola, affianco agli studi, si dedica alla collaborazione professionale nella bottega del papà e degli zii marmisti. Si diploma nel 1967 all’accademia di Brera nel corso di “arte applicata”.
Frequenta in quegli anni gli studi di scultori e di pittori. Inizia la libera professione aprendo, nel 1967, un proprio studio e dedicandosi alla realizzazione di opere d’arte sacra, alla personale ricerca artistica, alla replica di opere storiche ed alla realizzazione di monumenti pubblici celebrativi. Le sue opere si formano, inizialmente, attraverso svariate esperienze plastiche: da quelle “medardiane” a quelle post-cubiste.
Ma quando sente di aver trovato un suo più personale modo espressivo?
«È al passaggio degli anni Sessanta nei Settanta, che in un breve torno d’anni riesco a definire un mio proprio linguaggio plastico e tematico, che ripercorre l’indagine che dalla forma genitrice si conclude nella definizione di forme essenziali, pure. Lavoro ed esperimento con svariati materiali: pietre, metalli e resine (in quegli anni materiale esordiente)».
Non disdegna neppure un confronto stretto con l’informale. Quest’esperienza lascia segni negli anni seguenti, dal 1977 al 1995, in cui la figurazione diviene più allusiva unendosi all’indagine sul rapporto luce/materia e materia/luce/colore (soprattutto nei bassorilievi, in cui l’influenza pittorica è evidente).
«Lei, quindi, non è solo uno scultore figurativo, ma si è dedicato anche alla scultura aniconica, direi astratta, proprio perché non totalmente dimentica del dato naturale.»
Quale è il sentimento che “impone” una scultura in cui la figura si accorda visibilmente con gli oggetti del mondo e quale, invece, quello che richiede l’astrazione quale linguaggio più idoneo e adeguato all’espressione artistica? Quale è, insomma, il punto di stacco tra l’una e l’altra?
«Indiscutibilmente è una questione di formazione soggettiva e di mentalità. Infatti, la mia storia personale, legata alla bottega famigliare, anche negli anni Sessanta e Settanta nei quali fervevano visioni informali dell’arte che ritenevano finita, morta l’arte figurativa, mi ha sempre tenuto legato alla figurazione, perché la committenza, che è stata in grandissima parte di scultura cimiteriale, ha sempre voluto la figura. L’arte religiosa, inoltre, ha le sue rigorose simbologie. Altrettanto indubitabilmente, mi ha trattenuto in ambito figurativo la mia concezione generale della vita sociale e del mio rapportarmi con la società nel suo complesso. Ritengo che l’arte informale talvolta sfiori la presunzione: quando si arriva a sostenere che un punto o una linea abbiano un significato particolare, io non ci sto. In passato ho discusso molto, non solo con i miei insegnanti a Brera, ma anche con altri artisti -con Giorgio de Chirico, per esempio- perché volevo approfondire questa concezione aniconica dell’arte (all’epoca dilagante), le sue simbologie, che trovavo, e trovo, un po’ troppo pretestuose e presuntuose; in cui sono sufficienti delle note, delle sottolineature di critici influenti perché il punto o la linea assumano una grandezza esagerata...»
Come dire, vi è un eccesso di interpretazione e soprattutto di mediazione interpretativa.
«Sì, legata spesso ad interessi economici».
E in tutto questo percorso, dal 1984, s’inserisce anche l’esperienza con la Veneranda Fabbrica del Duomo.
«Esatto. È stato il mantenermi nell’ambito figurativo che mi ha consentito di affacciarmi su questa realtà. L’avvio della collaborazione con la Fabbrica fu, professionalmente, un momento particolarmente felice. Avendo un laboratorio perfettamente attrezzato riuscii, in via del tutto eccezionale, ad ottenere di poter lavorare nel mio atelier, custodendo la statua originale che avrei dovuto duplicare. Infatti, il lavoro per la Fabbrica consiste nel riprodurre o restaurare, talvolta ricostruendo parti totalmente mancanti, quelle statue che le ingiurie del tempo hanno rovinato e reso non solo esteticamente poco piacevoli ma anche pericolanti. È soprattutto l’effetto dello smog e delle piogge a rovinare queste opere. Il marmo di Candoglia è delicato e le statue scolpite con questo materiale resistono tra i 150 e i 250 anni. Fortunatamente le tecniche scultoree moderne sono meno traumatizzanti di quelle antiche -creano meno microfratture nella struttura lapidea- migliorando la durata nel tempo del marmo stesso. Con il passare degli anni ho acquisito la consapevolezza che questo mio lavoro ha contribuito a tenere in vita la Bellezza della Cattedrale milanese, un monumento la cui importanza, artistica e religiosa, non devo certo essere io a ricordare».
Quante statue ha scolpito per il Duomo?
«Proprio in questi giorni ho consegnato la centosessantesima».
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