LA SENTENZA
Moglie poco credibile: marito assolto
Gallarate: l’uomo era stato condannato per maltrattamenti

Quanto può essere credibile una donna che, dopo aver mandato in galera il marito - accusandolo di un decennio di violenze - gli scrive di amarlo subito dopo la scarcerazione? Secondo i giudici della terza sezione penale della corte d’appello le parole della brasiliana che ad agosto del 2023 denunciò il coniuge non possono essere prese per oro colato. Così il quarantanovenne del Gallaratese - condannato in primo grado dal gup di Busto Arsizio, Tiziana Landoni, a quattro anni e due mesi di reclusione - è stato assolto dai maltrattamenti. L’estorsione è stata riqualificata in esercizio arbitrario delle proprie ragioni e la pena è crollata a un anno. Gli avvocati Angelo Murdolo e Agnese Murdolo sono però pronti al ricorso in cassazione per smontare anche il reato di lesioni, per l’episodio accaduto il 13 agosto di due anni fa, quando la moglie finì all’ospedale con una frattura al piede.
ELEMENTI IGNORATI
I giudici di appello hanno elencato una serie di «elementi che il gup ha in parte taciuto e in parte sottovalutati», dati che la difesa aveva prodotto fin dal momento dell’arresto, ben sintetizzati dal testimone citato dall’imputato, amico di vecchia data. L’uomo in udienza tratteggiò «un rapporto estremamente conflittuale», dal quale la brasiliana usciva con un ruolo ben lontano da quello di vittima. «La signora in passato aveva lavorato in Svizzera in una casa di appuntamenti. Controllava il marito, si comportava con aggressività verbale e fisica, lo offendeva dandogli del nano e dello storpio e pretendeva molti regali e dormiva tutto il giorno». Sia chiaro, niente di tutto ciò giustifica reazioni violente, ma «la donna non risulta completamente attendibile, la sua narrazione è influenzata dall’intensa conflittualità con il marito». Il 14 luglio del 2010 - c’è la querela dell’epoca agli atti - la donna arrivò addirittura a puntare un coltello contro l’addome del coniuge che, per disarmarla, afferrò la lama e si lacerò la mano.
LA TESI ACCUSATORIA
La brasiliana - madre dei loro tre figli - raccontò che negli ultimi anni il marito era diventato sempre più aggressivo a causa della dipendenza da alcol e stupefacenti. A detta della donna - che si è costituita parte civile - il quarantanovenne pretendeva soldi in continuazione e quando non li otteneva perdeva il senno. Il giorno dell’arresto avrebbe cercato di farsi consegnare la carta delle Poste su cui confluiva il reddito di cittadinanza, ciò configurandosi come estorsione. «Ma si trattava di una fonte di reddito dell’imputato, perché era lui il percettore del reddito di cittadinanza dunque era una pretesa che avrebbe potuto diventare oggetto di azione giudiziaria». I difensori hanno inoltre prodotto il ricorso di separazione e il decreto del tribunale di Milano che aveva affidato i tre bambini al Comune collocandoli dalla nonna paterna. E con essi anche la relazione dei servizi sociali dell’aprile 2024 in cui si legge che la donna «è meno incentrata sulle esigenze dei figli che sul proprio vissuto, dalla stessa raccontato ai minori nel tentativo di squalificare la figura paterna, così caricati di ulteriori stress emotivi». La parola ora va alla suprema corte.
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