UNIONE SOVIETICA
Gorbaciov e i pilastri della guerra fredda
Il suo piano: la perestrojka, una ristrutturazione dell’economia, e la glasnost, la trasparenza

«Non possiamo continuare a vivere così» dice pensieroso Mikhail Gorbaciov a sua moglie Raissa la sera del 10 marzo 1985. Sa cosa lo aspetta: il giorno dopo il Comitato Centrale lo elegge Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. In piena Guerra Fredda, con il presidente americano Ronald Reagan è l’uomo più potente del mondo.
54 anni, nato nel sud della Russia a Privol’noe, la famiglia contadina “ha venduto le capre per farlo studiare”. Ripagata: si è laureato in giurisprudenza e in economia agraria. A 22 anni a una festa di studenti ha conosciuto Raissa e l’ha sposata. Lei, elegante e raffinata, ha insegnato filosofia all’Università. Un amore profondo, i due sono inseparabili. Gorbaciov ha già alle spalle una carriera brillante: membro del Comitato centrale del Pcus a 40 anni, nel Politburo a 48. E ora, il Cremlino.
Il più giovane capo dell’Urss della storia: in 28 mesi sono morti i suoi predecessori Leonid Breznev, Yuri Andropov e Konstantin Cernenko, simboli della gerontocrazia del moribondo mondo sovietico. È una ventata di aria fresca per tutto il mondo: «Gorbaciov mi piace - dice Margaret Thatcher - con lui possiamo lavorare» e, anche per il capo della Stasi della Germania dell’est Markus Wolf, «finalmente, dopo vecchi leader malati, c’è una nuova speranza». Insomma, come riconosce il ministro degli esteri americano George Shultz, è «un leader dell’Urss completamente diverso da quelli conosciuti fino a ora».
Ha ragione: Gorbaciov è energico, emana una sensazione di efficienza e dinamismo, gira per le strade senza scorta, parla direttamente con i cittadini. Ha un tratto umano sorridente e vitale e non si cura, ad esempio, della singolare “macchia” sulla fronte, un “nevo vinoso”. Non l’ha mai tolta: i politici - sostiene - devono dare meno importanza alla propria persona e pensare ai problemi del Paese.
E i problemi che ha di fronte sono enormi: l’economia al collasso, la produzione scarsa, i consumi procapite non arrivano al 30% di quelli europei. Sugli scaffali dei negozi manca anche la carne di bue e montone, il latte arriva già rancido, le polpette contengono soprattutto pane. I microchip sono scadenti e costano anche 100 volte quelli occidentali. Non solo: secondo il rettore dell’Università di Mosca tra pochi anni i sovietici non capiranno nemmeno che computer useranno gli americani. Gorbaciov riceve 60 mila lettere al mese che descrivono ingiustizie, sofferenze e corruzione dilagante, mentre la televisione occidentale ormai penetra nell’impero sovietico e descrive un’America e un’Europa ricche, opulenti e libere. Il divario del tenore di vita è imbarazzante, Gorbaciov sa di non avere tempo da perdere ma ha un piano per riformare l’intero sistema comunista dalle fondamenta: la perestrojka, cioè una ristrutturazione di tutta l’economia e la glasnost, la trasparenza, l’apertura alla critica, al dibattito pubblico. Coniugare comunismo e democrazia, in poche parole.
Ma, innanzi tutto, deve tagliare le spese militari: oltre il 20% del Pil, una enormità insostenibile, soldi tolti allo sviluppo civile e ai consumi dei cittadini. Insieme, è evidente, bisogna migliorare i rapporti con gli Stati Uniti, che sono tesissimi: «l’Unione sovietica è l’impero del male!», ha dichiarato Reagan solo due anni prima, lanciando un’offensiva anche verbale ferocemente anticomunista.
Ma Gorbaciov ha un sogno di pacificazione mondiale, basato sul riconoscimento di valori condivisi e comuni, sull’esclusione dell’uso della forza, e non più sull’antagonismo tra ideologie. Da queste idee impensabili, dirompenti e forse utopistiche sta per nascere la sua straordinaria popolarità mondiale, la “Gorbymania”. Reagan ha accolto la sua elezione con scetticismo e curiosità, accetta però di incontrarlo a Ginevra, il 19 novembre 1985. Il meeting non porta a nulla di concreto, ma - dice Reagan - «c’è stata una reazione chimica tra me e Gorbaciov che ha prodotto qualcosa di molto simile all’amicizia». Il primo pilastro della guerra fredda è stato abbattuto, ma nessuno può ancora accorgersene.
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