SUL PALCO
Monica Guerritore, l’ultimo appuntamento a cui non bisogna andare
L’attrice interpreta i momenti finali della vita della contessa Trigona massacrata con 27 coltellate. L’1 dicembre al Teatro Carcano di Milano

«È stato Umberto Tirelli, grande costumista di Strehler e di Visconti, a raccontarmi di quei costumi che aveva messo da parte, autentici di Giulia Trigona, nella cui storia Visconti si era imbattuto girando Il Gattopardo. La storia dell’uccisione della zia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, da cui sono stata immediatamente attratta per la dinamica che la porta, moglie del sindaco di Palermo, madre di due figli, a morire in una pensionaccia vicino alla stazione Termini di Roma». Da qui parte il cammino di Monica Guerritore per scrivere il testo di Quel che so di lei, in scena il 1° dicembre al Teatro Carcano di Milano nell’ambito della programmazione di eventi dedicati a promuovere un approfondimento sul femminicidio e la violenza di genere.
L’attrice, protagonista su Netflix della fiction Inganno, interprete di Vita da Carlo su Prime Video di cui sta già facendo le riprese per la quarta stagione, ha anche appena terminato di girare un film con Giampaolo Morelli, L’amore sta bene su tutto. «Tranne quando genera risentimento e odio» aggiunge collegandosi al titolo del lungometraggio. Con il suo reading teatrale mette in scena i momenti finali della vita della contessa Giulia Trigona, massacrata con ventisette coltellate nel 1911 da un giovane ufficiale che era stato il suo amante e che lei aveva lasciato. Uno spettacolo che unisce le deposizione date al processo a scene, ricordi e monologhi di personaggi femminili che l’attrice ha interpretato. Per raccontare una storia che «come tutte le storie poggia sempre su un movimento psicologico – spiega Guerritore –. Ho immaginato otto stanze, perché è nella numero 8 di quella pensione che lei va a morire. E ho immaginato le sette precedenti come turning point dove la vita prende svolte». Dalla lettera anonima da cui si capisce che il marito di Giulia Trigona, che lei «amava molto», non tiene nascosta la sua relazione con un’attrice della Compagnia Scarpetta, provocandole «una lesione sentimentale oltre che sociale» e collegata a un audio dell’interpretazione di Scene da un matrimonio, alla seconda stanza, quella della «perdita della felicità dell’amore puro di Il giardino dei ciliegi, la malinconia della vita «che ti cambia davanti agli occhi». E poi La Lupa, con la depressione che porta Giulia a incontrare quello che sarà «il suo assassino, un giovane uomo che la prende come preda in un corteggiamento rapido e carnale: Vincenzo Paternò, un barone spiantato». La quarta stanza è «Madame Bovary, sempre in cerca di questa attrazione», la quinta è La signorina Giulia, con la sua discesa. Nella sesta stanza «lei si accorge di tutto questo, riprende coscienza, si cura, si sana, dice “no”, è il “no” di Carmen, primo “no” che sappiamo della letteratura che porta a un femminicidio in scena. Il no che Carmen dice nell’opera e la Fallaci nella sua vita in cui è continuamente uccisa con microlesioni, alterazioni dei suoi pensieri». La settima stanza «è la più delicata: Giulia respira, si sente forte, ma questa forza è ancora impregnata dell’amore “straordinario”, e quando Paternò le chiede l’ultimo appuntamento e l’avvocato le dice di non andare, lei risponde di non preoccuparsi, “mi ha amata, non mi farà del male”: questo è ciò di cui tutte le donne dovrebbero prendere consapevolezza».
Uno spettacolo che, come il teatro sa fare, permette di «vestire le ombre di alcune dinamiche piscologiche – conclude Monica Guerritore –, archetipiche, interiori: passioni umane che noi attori vestiamo di abiti in modo che sembrino familiari».
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