DAL GIAPPONE
Il mondo a fumetti

All’inizio furono rotoli di pergamena illustrati. Era più o meno il XII secolo e quella sarebbe la prima forma di ciò che, seicento anni più tardi, venne chiamato “manga”, il cui significato indica una storia a fumetti, in un’etimologia che compone i termini giapponesi che indicano l’ozio e la pittura, per indicare raccolte di disegni. Termine, questo, che venne usato però più tardi, mentre quel primo rotolo di carta non aveva fumetti, ma piuttosto rappresentava caricature di animali antropomorfi. E quelli che oggi sono un fenomeno che fa impazzire gli adolescenti e che si leggono “in senso inverso”, rappresentano in realtà un mondo così vasto che sintetizzarlo non è semplice. Se l’opera che in qualche modo può essere considerata la base di partenza del manga giapponese moderno, realizzata da Osamu Tezuka, vede la luce dopo la Seconda guerra mondiale, due “mangaka” possono però a ben diritto rappresentare pietre miliari del genere: Hayao Miyazaki e Jirō Taniguchi. «Quest’ultimo – sottolinea Savino Ciciolla, libraio appassionato di manga – più mangaka “classico”, mentre Miyazaki si afferma anche a livello di film di animazione. Loro due sono quelli che hanno messo insieme un concetto abbastanza universale del racconto, concetti ampi su cui riflettere, come la natura e il rapporto dell’uomo con essa, proponendo opere interessantissime». E dunque, se è vero che oggi l’attenzione anche dei giovani è attirata più da serie spesso piuttosto violente, il concetto di base alla nascita del fumetto giapponese tocca argomenti ben diversi. E ha in sé motivazioni e riflessioni profonde. Che Miyazaki e Taniguchi hanno ben sottolineato nei loro lavori. Miyazaki è tra i fondatori dello Studio Ghibli il cui logo è famosissimo: ritrae il personaggio di Totoro. «Un animatore – prosegue Ciciolla – che rappresenta davvero un vertice della fantasia, con un occhio sempre legato al mondo dell’infanzia, con una prospettiva che tocca il rapporto dell’immaginario. Un grande poeta». Il suo nome si collega a personaggi come Lupin III, lungometraggi come Il castello errante di Howl e Ponyo sulla scogliera, ma anche a scenografie di cartoni animati che hanno popolato l’infanzia di chi non è proprio ancora adolescente, come Heidi e Anna dai capelli rossi. Taniguchi ha raccontato anche periodi storici del Giappone, per esempio nella serie di Ai tempi di Bocchan. Ma non solo. «Se il linguaggio di Miyazaki è poetico, quello di Taniguchi è più crudo – spiega ancora Ciciolla -. Ha anche cercato di replicare gli Americani con fumetti di genere hard boiled, giallo in uno stile chandleriano, pur successivamente dedicandosi maggiormente alla creazione di manga più ispirati a letture elaborate, sia sulla storia, sia sulla natura, su temi del quotidiano. Suoi anche una serie di manga “cucina gourmet”, improntati su un Giapponese che, uscito dal lavoro, gira ristoranti e racconta storie su cibi e bevande». E in entrambi sono presenti note autobiografiche. Dal rapporto con la malattia per una mamma costretta a lungo in ospedale per Miyazaki a un protagonista, in Taniguchi, che in Al tempo di papà torna al villaggio dopo la morte del padre e si lascia trasportare da una vena intimistica e nostalgica. «Da ricordare – aggiunge il libraio – la bella connessione sia di Miyazaki sia di Taniguchi con artisti europei come per esempio Jean Giraud, noto come Moebius, artista che ha anche collaborato con Manara e Fellini. In questo senso il mondo giapponese si fonde con quello occidentale. Sicuramente sia Miyazaki sia Taniguchi sono riusciti a trasmettere emozioni, tratteggiando anche le debolezze e le contraddizioni degli uomini, con immagini che rendono il senso profondo della storia e delle sensazioni. Credo che loro rappresentino due delle più alte vette nel mondo dei manga». Portando un fumetto che non è, appunto, solo seriale o solo improntato a scene violente che a volte sembrano andare “per la maggiore”. «Per questo – conclude Ciciolla – credo sia importante far conoscere la vastità di questa produzione, che offre davvero una ricchezza anche al di là delle “serie”, con esempi di linee e visioni specifiche e incentrate su tematiche che portano a riflettere». O a parlare di sport. Un esempio in questo senso è proprio una serie, Slam Dunk, una trentina di volumi scritti e disegnati da Takehiko Inoue e ambientati nel mondo della pallacanestro liceale.
Sara Magnoli
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