L’8 MARZO
La festa della donna tra storia e leggenda
L’ufficializzazione della data passò per molte peripezie. Una particolarità italiana: la mimosa

«Il voto alle donne! Ma sarà davvero una cosa seria?». Così titolava allarmato l’8 agosto 1945 il quotidiano «Il Progresso». Del resto, il voto di queste «fraschette che sfarfallano a bordo delle camionette americane come sfarfallavano ieri a braccetto dei soldati tedeschi” valeva come quello “del più pensoso filosofo” e “del più illuminato scienziato». Così, concludeva sconsolato il giornale, «si tenti anche questa, e che Dio ce la mandi buona».
Un solo esempio, per mostrare la condizione della donna alla metà del Novecento. In realtà, la battaglia per uscire dallo stato di inferiorità era iniziata con la Rivoluzione francese, ma ancora nel 1869 John Stuart Mill nel saggio L’asservimento delle donne aveva denunciato: «Il principio che attualmente regola le relazioni sociali fra i sessi - cioè la subordinazione legale di uno nei confronti dell’altro - è di per sé sbagliato e costituisce uno dei principali ostacoli al miglioramento degli esseri umani».
Sin dalla fine dell’Ottocento, allora, la lotta per la parità politica e sociale passò attraverso la conquista del diritto di voto, con l’instancabile attività del movimento delle “suffragette”. E decisive furono le guerre: con i maschi al fronte, le donne furono chiamate a lavorare nelle fabbriche, negli uffici e anche come combattenti, ad esempio nelle forze della Resistenza. Alla fine, non si poteva più negare loro il diritto alla vita politica: tra il 1917 e il 1920 il voto fu concesso in Russia, Canada, Gran Bretagna, Germania, Stati Uniti e, tra il 1944 e il 1946, in Francia, Jugoslavia, Giappone, Italia, Argentina.
Solo un primo passo, ovviamente: nelle istituzioni e nella società le donne rimanevano una minoranza, escluse dalle professioni e dalle carriere più prestigiose. Le barriere più consistenti furono infatti abbattute solo negli ultimi anni del Novecento: in Italia la riforma del diritto di famiglia che stabiliva la parità tra i coniugi fu varata nel 1975, per fare uno tra i molti esempi.
Intanto, l’8 marzo si era associato alla “Giornata della donna”. Un momento di riflessione - si diceva - voluto nel 1910 dalla tedesca Clara Zetkin per ricordare le molte operaie morte nell’incendio del 1908 della fabbrica “Cottons” di New York. Ma quel rogo non era mai avvenuto e non esisteva nemmeno la fabbrica. Forse si era trattato di un equivoco: a New York infatti il 25 marzo 1911 era andato a fuoco il palazzo della “Triangle Shirtwaist Company”, una ditta di camicette. Delle 146 vittime, ben 123 erano giovani immigrate italiane e tedesche.
Tra storia e leggenda quindi. In realtà, fu il Partito socialista americano a organizzare il primo “National Woman’s Day” il 23 febbraio 1909 e nell’agosto del 1910 a Copenaghen la Conferenza Internazionale delle Donne propose di istituire una giornata per la rivendicazione dei diritti, ma non si trovò un accordo. Poi, l’8 marzo 1917 a San Pietroburgo le donne organizzarono una grande manifestazione per la fine della guerra, e il 14 giugno 1921 la Seconda Conferenza Internazionale delle Donne comuniste fissò una data comune: l’8 marzo, appunto.
Eppure per la “ufficializzazione” passarono ancora molti anni. Proclamato il 1975 “Anno internazionale delle donne”, l’Onu nel 1977 propose a ogni Stato di dichiarare un giorno come “Giornata per i diritti delle donne e per la Pace internazionale”. Così, molti indicarono l’8 marzo come data ufficiale. In Italia, intanto, l’8 marzo era stato celebrato già nel 1922 per iniziativa del Partito comunista e, finita la guerra, l’Unione Donne Italiane (Udi) lo celebrò nel 1946.
Comparve anche il simbolo, una particolarità tutta italiana: la mimosa. Alcuni preferivano le violette, altri le orchidee o i garofani. Ma erano troppo costosi, e difficilmente reperibili. La mimosa invece fioriva spontaneamente nei campi. Era perfetta e come disse poi Teresa Mattei, ex partigiana che spese la sua vita per i diritti delle donne, “quando vedo le ragazze con un mazzolino di mimosa, penso che tutto il nostro impegno non è stato vano”.
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