FILM E ATTORI
La Notte degli Oscar nel segno di Oppie
Le candidature di quest’anno: ecco alcune considerazioni

“And the Oscar goes to… Chiunque abbia la malattia del cinema così spiccata da seguire la notte delle stelle ha sentito un’infinità di volte questa frase prima dell’assegnazione di qualsiasi statuetta. Eppure tale dicitura fa parte del cerimoniale solo dal 1989.
Per 60 anni, infatti (la prima edizione è datata 1929), ogni premio veniva annunciato con la frase: “And the winner is”, ovvero “il vincitore è”. Una differenza lessicale introdotta dagli organizzatori, molto in anticipo sull’era del politically correct, per smorzare l’idea di un eccesso di competizione per il premio più importante del cinema internazionale.
La sottigliezza pare banale, ma non è propriamente così: se da un lato infatti, i premiati si godono la festa e pure gli sconfitti esultano, a parte qualche storica eccezione, per i colleghi che ricevono la statuetta al posto loro, la battaglia fra produttori è particolarmente feroce: il successo agli Oscar di un proprio film è uno stemma da vantare nella caccia ai finanziamenti ed è per questo che la campagna di promozione prima della chiusura delle votazioni è agguerrita più che mai e non scevra di colpi bassi.
Ecco perché non sorprende che al via quest’anno siano presenti con una valanga di candidature i due film che hanno dominato i botteghini della stagione 2023, Oppenheimer e Barbie. Ma, se la guerra degli incassi ha premiato il film di Greta Gerwig, domenica 10 marzo le parti dovrebbero invertirsi e, se le previsioni saranno rispettate, a fare il pieno sarà proprio il grandioso biopic di Christopher Nolan, candidato a 13 statuette e in procinto di portarne a casa parecchie. Al netto di sorprese sempre dietro l’angolo (recenti i casi di Moonlight e Coda) la quota per il miglior film a Oppenheimer è 1.10, praticamente una puntata sicura, mentre Barbie è dato a 36, molto peggio di Povere creature, l’epopea della “donna Frankenstein” a caccia di emancipazione (7,50) del greco Yorgos Lanthimos.
E, in fondo, ci pare giusto così: Oppenheimer forse non è il migliore del lotto, ma possiede un po’ tutte le caratteristiche dei grandi film che in passato hanno fatto filotto. È un kolossal amato dal pubblico e la mossa sarebbe utile a livello mediatico per una manifestazione che perde spettatori ogni anno. È un biopic, genere molto amato dall’Academy, ovvero i tanti votanti tra attori, registi e addetti ai lavori. Ma, soprattutto, è un film, a differenza del sopravvalutato Barbie, di grande valore artistico... E, diversamente dalle ultime edizioni, Oppenheimer potrebbe fare da asso pigliatutto.
Difficile che sfugga ad esempio la statuetta alla regia per un Nolan che otterrebbe la meritata consacrazione, anche se ogni volta, da scorsesiani di ferro, ci troviamo a tifare per il grande Martin consapevoli che resteremo con l’amaro in bocca. Unici concorrenti appaiono essere solo il già citato Lanthimos e Jonathan Glazer per La zona d’interesse.
Stesso discorso per i migliori interpreti maschili, l’immenso Cillian Murphy e un Robert Downey Jr. finalmente svestitosi dei panni di Iron Man per un ruolo che ne valorizzi il talento, come ha sottolineato egli stesso ricevendo il Golden Globe. La concorrenza c’è, specie per Murphy: splendido il professore scorbutico di Paul Giamatti in The Holdovers come dirompente è il Leonard Bernstein incarnato da Bradley Cooper in Maestro, ma francamente l’attore irlandese merita il premio anche per una brillante carriera da comprimario, esplosa grazie alla serie tv Peaky Blinders.
Dove Oppenheimer resterà a bocca asciutta è tra le attrici. Se però Emma Stone per Povere creature e Lily Gladston perKillers of the Flower Moon si contenderanno la statuetta (vedi box a sinistra), la nostra preferita è un’altra. Sarà un vero peccato infatti veder rimanere a bocca asciutta Sandra Huller, indimenticabile in Anatomia di una caduta, forse il film più bello dell’intera stagione che potrebbe portare a casa la migliore sceneggiatura originale: la vittoria dell’attrice tedesca, o di Lily Gladstone, sarebbe un premio più congruo che non la statuetta alla Stone. Anche perché, permetteteci un pizzico di cattiveria, ma ci pare assurdo che una brava interprete ma non certo una fuoriclasse come l’attrice già premiata per La La Land, si fregi di aver già vinto due Oscar, tanti quanto Bette Davis, Jane Fonda, Jodie Foster o Elizabeth Taylor, giusto per fare qualche nome.
Ma tant’è, l’Oscar a volte soddisfa e a volte fa arrabbiare, ma resta comunque il momento più atteso dell’anno dagli appassionati di cinema. Anche per far polemica. E allora, motore, azione, ciak, si gira! And the Oscar goes to.. .
© Riproduzione Riservata