NUOVA VITA
La plastica diventa arte

Abbiamo incontrato l’artista italiana Lady Be che realizza ritratti con oggetti di plastica di recupero. Collabora con Legambiente e Fai e nel 2019 con Disney Pixar. Non è estranea a performance live ed espone in città italiane e internazionali. La sua passione per l’arte si è accesa ben presto: «posso dire di sentirmi artista da tutta la vita, fin dalla mia infanzia».
Un particolare mi ha incuriosito. La sua ricerca artistica ha il punto di snodo intorno alla notorietà; “ritrae” personaggi molto famosi: tutti condividono la caratteristica di essere pubblici, nel senso di essere esposti - almeno teoricamente - al pubblico riconoscimento. Poche opere invece si concentrano su persone non note. Queste intromissioni sembrano voler andare oltre la tipica fascinazione pop per il culto della notorietà; sembrano voler denunciare qualcosa di personale, introspettivo.
«I ritratti di sconosciuti, di persone comuni sono realizzati per la maggior parte su commissione, mentre ci sono soggetti di denuncia sociale, come la Barbie Tumefatta, realizzata per dire No alla Violenza sulle Donne. Oppure soggetti di mia fantasia che hanno connessioni più intime e personali: la tematica fondamentale è legata al ricordo che ogni singolo oggetto porta con sé, la memoria degli oggetti usati, una memoria talvolta intrinseca e inconscia, per questo è fondamentale che siano oggetti effettivamente recuperati. Infatti, ritrovo una dimensione più “personale” e “introspettiva” soprattutto attraverso l’utilizzo degli oggetti scelti per comporre l’opera. La mia arte “riporta l’oggetto alla sua dimensione di appartenenza”, la scelta è rappresentare l’oggetto stesso, ma “trasformato”. Per farlo ho scelto l’oggetto di recupero che mi rappresenta di più, il giocattolo, la sorpresina. Non ho mai sopportato l’idea che i bambini abbandonino i loro giocattoli ancora integri e li considerino spazzatura. Io non l’ho mai fatto».
La poetica del riuso è l’aspetto centrale del suo fare artistico. Dal punto di vista formale, la plastica entra a far parte delle sue opere principalmente per le sue peculiarità visive, cromatiche. Concettualmente, essa si manifesta come una forma di sensibilizzazione ecologica.
«Le mie opere nascono con l’esplicito intento di rispecchiare un’epoca intera, l’epoca della plastica, congelandola nell’opera d’arte, e soprattutto trasmettendo un messaggio di sostenibilità. I materiali sono scelti essenzialmente in base al loro colore e più hanno colori sgargianti o sfumature particolari più li prediligo. Amo molto i giocattoli, perché sono gli oggetti di plastica che custodiscono più ricordi e memorie, come quelle legate all’infanzia. In un’epoca in cui esistono così tanti materiali di scarto colorati, per me è stato naturale inventare il mosaico contemporaneo: credo che i tempi fossero maturi».
Cosa fa scattare l’idea che porta all’opera?
«Scelgo personaggi che apprezzo non soltanto per il loro aspetto estetico, ma anche per i loro ideali, o per il contributo che hanno portato al mondo. Un giorno vorrei omaggiare anche personaggi meno conosciuti. Poche volte posso concedermi di scegliere il soggetto o il suo colore, e se lo faccio si tratta di opere molto personali, nelle quali mi concedo un colore che mi fa stare bene».
Artisti ai quali si è ispirata?
«Arman e Spoerri sono sicuramente due grandi Maestri da cui ho tratto ispirazione nella prima fase del mio lavoro quando nel 2009 ho cominciato a raccogliere diversi rifiuti, selezionando successivamente solo gli oggetti in plastica, e ad “accumularli”. L’idea si era sviluppata realizzando accumuli di materiale in base al colore. Disponendo in vasi trasparenti gli oggetti di uno stesso colore, ottenevo già un effetto molto artistico. Per me era già arte. Per renderla però più appetibile ho deciso di realizzare dei mosaici usando questi oggetti come tasselli. Rispetto ad Arman, la mia arte si sviluppa come monito per il riciclo, come messaggio per il popolo, anche per questo definisco la mia arte pop».
La bellezza di un’opera d’arte…
«Oltre al messaggio ecologico, l’obiettivo che proseguo è portare le mie opere nei luoghi non espressamente nati per l’arte: università, aeroporti, concerti, anche ospedali. Proprio perché sono convinta che la bellezza possa essere utile alle persone nella vita quotidiana e accompagnarle non solo in un museo ma anche nella loro frequentazione della città. L’aeroporto rimane il principale luogo di passaggio, quindi andrò ad aggiungere (a Malpensa T1 sono già presenti lavori dell’artista, ndr) altre mie opere, per lanciare un messaggio di serenità e speranza. Persone a cui voglio strappare un sorriso e un attimo di distrazione. L’arte lo può fare. Sarà proprio la bellezza dell’arte a salvarci!»
Quali progetti per il prossimo futuro?
«Semplicemente non fermarmi. Il 2020 e 2021 sarebbero stati gli anni giusti per portare la mia arte all’estero. Lo sto facendo ugualmente, tramite internet e libri, giornali, e-book. Perché la cultura non si ferma».
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