22 GIUGNO 1946
L’amnistia. È giusto perdonare i nemici?
Migliaia di ex fascisti stavano uscendo dalle carceri, salvi ed esonerati dai processi

L’amnistia «dovevamo farla, e l’abbiamo fatta», tagliò corto il leader del Pci Palmiro Togliatti. Il provvedimento di clemenza era entrato in vigore il 22 giugno 1946 e le critiche giungevano da tutte le parti: si era «raggiunto il risultato di scontentare tutti», scriveva Pietro Nenni, mentre per Ernesto Rossi era stata «una dimostrazione di imbecillità e di incoscienza». Del resto, migliaia di ex-fascisti stavano uscendo dalle carceri, salvi ed esonerati dai processi a loro carico.
Cosa stava succedendo? La guerra era finita da soli 14 mesi, e da venti giorni il referendum aveva sancito la nascita della Repubblica. Chiare allora le intenzioni del governo di unità nazionale di Alcide De Gasperi: bisognava ricostruire l’Italia, creare un clima di concordia e di riconciliazione. In breve: chiudere il capitolo delle vendette reciproche e voltare pagina.
Così il “Decreto presidenziale di amnistia e indulto per reati comuni, politici e militari”, scritto dal Ministro della Giustizia Togliatti era passato all’unanimità.
Certo, bisognava punire i compromessi con il fascismo, ma come distinguerli? Il Partito Nazionale Fascista, ad esempio, aveva avuto milioni di iscritti e molti avevano preso la tessera «Per Necessità Familiare», come si diceva con discutibile ironia giocando sull’acronimo PNF.
L’amnistia allora doveva riguardare solo i reati minori ed escludere le persone «investite di elevata responsabilità di comando civile e militare», e quelli che avessero «commesso atti di strage, sevizie particolarmente efferate, omicidi e saccheggi».
Insomma, il condono non doveva estendersi ai casi più gravi, «in contrasto con la coscienza popolare e con i principi stessi di equità». E invece succedeva il contrario. Sicuramente, come denunciò poi Togliatti, nella magistratura molti avevano fatto carriera sotto il fascismo, nutrivano ancora simpatie per il regime e ne approfittavano per interpretare in maniera anche subdola e scorretta il decreto
Nondimeno lo stesso testo era scritto male se, per esempio, escludeva dai benefici solo i torturatori colpevoli di «efferate sevizie»: come se le sevizie non fossero “efferate” per definizione.
Di certo, poi, il provvedimento era pensato anche per coprire con l’immunità le vendette dei partigiani dopo il 25 aprile. Ma pochissimi ne usufruivano, mentre per i fascisti condanne anche eccessive si trasformavano in proscioglimenti sbalorditivi: chi aveva comandato i plotoni di esecuzione di Salò si salvava perché non aveva personalmente imbracciato il fucile, gli stupratori venivano considerati colpevoli solo di «offesa al pudore».
Insomma, uno dopo l’altro tornavano in libertà “ras” delle squadracce, torturatori, dirigenti dell’Ovra e personaggi di primo piano del Regime: Renato Ricci, Cesare Maria De Vecchi, Junio Valerio Borghese. Il maresciallo Rodolfo Graziani, condannato a 19 anni, fece solo quattro mesi di galera.
Alla fine, almeno diecimila fascisti, forse di più: per i partigiani l’amnistia fu uno schiaffo e alcuni, indignati, ripresero le armi. Per ricordare solo due casi: a Milano ricominciarono a circolare camion con partigiani armati, mentre a Casale Monferrato un gruppo di ex-fascisti rischiò di essere linciato e il governo inviò 12 carri armati per presidiare la città.
Ancora oggi si discute: secondo Sergio Romano con l’amnistia «divenne più facile ricostruire l’Italia», per Sergio Luzzatto si trattò invece di una «vergogna nazionale». Il condono fu applicato anche da altri Paesi, in Belgio, in Olanda, in Norvegia. Ma certo non subito dopo la guerra: in Francia, ad esempio, si aspettarono quasi dieci anni e i collaborazionisti furono bollati come traditori della Patria.
In Italia invece non ci fu una «Norimberga italiana» e quel “colpo di spugna” quasi immediato sulla epurazione, in parte forse necessario, da molti fu considerato una sorta di autoassoluzione e alla fine impedì al Paese di fare i conti con il proprio passato, come ben dimostra il dibattito pubblico di oggi.
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