VENTUNESIMO SECOLO
L’arte? Sta nei videogames

La «nuova bottega rinascimentale dell’arte» passa attraverso i videogiochi. Almeno nell’accezione con cui la intendono Debora Ferrari e Luca Traini, che nel 2008 a Varese hanno dato vita a Neoludica e al progetto, portato tre anni dopo anche alla Biennale di Venezia, di Game Art Gallery. L’arte nell’industria videoludica o il soggetto videoludico nell’arte contemporanea: l’arte del XXI secolo è la game art, intesa come arte tecnologica di artisti digitalisti che lavorano nel mondo del videogame, creando esempi di digital painting, sculture digitali, movimento, environment, musica, ma anche come artisti contemporanei che tra tecniche digitali e tradizioni hanno quale soggetto il videogioco e la scena del videogioco.
Arte ispirata ai videogiochi e arte dei videogiochi: due categorie di cultura digitale che rappresentano un’interfaccia tra il mondo fisico e quello virtuale, linguaggio innovativo che diventa passaggio fondamentale per chi vuole avvicinarsi a conoscere comprendere il mondo dei videogame. Applicando al linguaggio di educazione digitale anche quello dell’etica. Usare le nuove tecnologie in termini culturali, insomma, con un occhio alla legalità, alla socialità, alla creatività. E senza staccarsi dalla tradizione, ma elaborandola nelle nuove forme. «Ogni secolo – spiega Debora Ferrari – ha la sua arte e nel XXI quella persistente e portante è il videogioco. Ci sono giovani artisti molto preparati che, oltre a produrre in gran numero opere per la committenza di videogiochi, hanno portfoli privati che non vanno a sostituire la tradizione, ma a svilupparla. È importante far capire il peso culturale di artisti che lavorano all’ombra di un pc e come cambia il modello di fruizione dell’arte. Miliardi di persone al mondo scrivono videogiochi e chi videogioca è un fruitore di arte contemporanea». Uno sviluppo estetico e tecnico dell’arte contemporanea, insomma, dove in qualche modo anche chi gioca a un videogame diventa in qualche modo artista perché interagisce. E se sceglie bene è gratificato.
«E inoltre – aggiunge Debora Ferrari – nella game art abbiamo un recupero del patrimonio figurativo. Questi giovani artisti collaborano al risveglio di forma assopite, sono totalmente figurativi, a differenza di esempi di arti cancellate per affermare il nuovo. La novità qui è nel dinamismo della forma, con un recupero enorme della figurazione, rielaborando con la loro personalità immagini a 360 gradi». Nessuna cancellazione del passato, insomma, ma una nuova visione che lo unisce alle nuove forme. «L’elemento formale che unisce questa nuova arte con moltissime sfaccettature alle precedenti è l’angolo retto – aggiunge Luca Traini -. Lo schermo è l’ultimo discendente del quadro, si inserisce nel nostro modo di vedere una rappresentazione artistica ad angolo retto, che è cifra dell’arte fino a oggi. Noi guardiamo cose rettangolari, pensiamo al libro, per fare un esempio. E anche quest’ultima arte rientra, per questa forma, in una tradizione di migliaia di anni, rispettando la rappresentazione sulla base delle nostre strutture quotidiane abitative e rivelando connessioni remore tra le arti precedenti e i videogiochi». L’arte diventa insomma anche una sfida tecnologica che proprio per le modalità con cui si sviluppa e con cui può essere fruita da tutti, anche dai giovanissimi, esige un confronto estetico ed etico. «E il medium artistico videoludico -specifica Traini – è cosciente della propria finzione».
Un nuovo mondo, quello della game art, che è in qualche modo immagine dei giovani, ma che anche un’arte innovativa che si collega alle precedenti. Tradizione e innovazione, che sono i due cardini attorno ai quali si sviluppa anche il lavoro di ricerca e diffusione attivato da Neoludica sul fronte della game art e di nuovi modo per affrontare l’idea del museo. «Il videogame – aggiunge Traini – vuole creare una realtà diversa: in questa direzione si inserisce l’allestimento digitale del museo elaborando esperienze digitali per cui l’opera viene trasposta e la mostra viene percorsa con le emozioni, giocando a interagire con le dinamiche dei videogiochi. La ricerca che vogliamo portare avanti adesso è questa: applicare questi concetti ai musei per inserire una nuova esperienza». Un’idea che sviluppa ulteriormente quanto già sperimentato in diverse forme e modi in questi mesi di fermo forzato per le realtà museali ed espositive, dove il “virtuale” ha permesso una loro certa fruizione. Del resto, il digitale ha miliardi di fruitori ed è una modalità molto consona al modo di sentire dei giovani. Che non va a sostituire la visita in presenza, ma che implementa quella definita “virtuale”. Anche per questo un collegamento forte è con le scuole, unendo per gli studenti proprio i concetti di digitale, arte e etica. Lavorando sull’opera d’arte in maniera tale da narrarla in maniera diversa, legata al contemporaneo, ma senza dimenticare tutto ciò che, partendo dalla grande tradizione artistica del passato, ha portato a questa nuova elaborazione.
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