LA MOSTRA
L’immaginario filmico di Chiara Dynys
Al Maga di gallarate la personale “Melancholia” dell’artista mantovana

«Melancholia» è il titolo, tratto dall’omonimo film del regista danese Lars von Trier, della personale di Chiara Dynys al Maga di Gallarate (fino all’8 maggio) curata da Alessandro Castiglioni.
Tre sezioni compongono il percorso espositivo che esplora il lavoro dell’artista mantovana da un punto di vista cinematografico, rintracciando suggestioni e ispirazioni che sono giunte alla Dynys dall’impatto con alcuni registi “centrali nella storia del cinema”: la madre dell’artista (alla quale è dedicata la mostra) è stata critica cinematografica. E anche in questa nuova mostra emerge quella che è una costante del lavoro della Dynys: la tematica della soglia. Espressa in modo assolutamente evidente in una colorata videoscultura, Aurora-Antro della Sibilla, all’interno della quale scorre un video digitale che mima l’attraversamento di infiniti passaggi con un effetto quasi ipnotico. Affronta quest’opera un video time-lapse, Look Afar, girato ai margini estremi dell’Europa, là dove la notte artica s’illumina di aurora. Realizzato quasi fosse un cartone animato, il video è pulito, disegnato; è l’opera più poetica dell’intera esposizione: silenziosa, notturna, evocativa d’energie appena accennate. La soglia è nelle delicate apparizioni luminose che s’impongono sull’oscurità. È in netto contrasto con tutti gli altri lavori presenti che sfoggiano colorazioni vivaci, luminose, pop.
Nella sezione centrale sono esposti alcuni progetti, in parte inediti, delle serie Liseberg e Merry Liseberg Parade. Lo spettatore è accolto da luci colorate che promanano da quelle che, a prima vista, sembrano cornici che contornano fotografie. Sono in realtà parte integrante delle opere. Fotografie buie di un parco giochi deserto opportunamente lavorate lasciano emergere alcuni particolari colorati, le cui cromie sono riproposte nelle ‘cornici’, illuminate di luci LED. Il contrasto è semplice anche se non immediato. Bisogna prendersi, infatti, il tempo di esaminare le foto per cogliere in esse il senso del disuso, dell’abbandono, indotto dall’assenza delle persone che ci si aspetterebbe in un parco divertimenti: così si agguanta il contrasto tra l’allegria indotta dalle luci e l’atmosfera crepuscolare e disturbante delle fotografie. L’ultima sezione è popolata dalle opere della serie Kaleidos: strutture ottagonali di forma piramidale, la base minore, ancorata alla parete, ospita una lente convessa, gli otto lati che si spingono nello spazio alloggiano specchi. Lo spettatore vede la propria immagine riflessa da varie angolature. È con queste opere che la vicinanza con il cinema si fa più plausibile. Il caleidoscopio ‘crea’, in un sistema chiuso (il tubo), immagini come il cinema (nella pellicola); così queste opere ripropongono immagini mobili contenute entro l’opera stessa. Come singoli fotogrammi, le immagini propongono una versione frammentata del fruitore: ricettacoli di un mondo che si manifesta in frammenti, emergendo insieme dal fondo dell’opera. Un mondo in bilico, poiché basta uno scostamento lieve dello sguardo perché si configuri una struttura differente. Il limine del possibile. Sottile è, infine, la membrana che separa le considerazioni intellettuali, che possono scaturire da un confronto con queste opere, dalla piacevolezza del gioco di luce e forme che da questi lavori promana.
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