LA VOCE DELLE QUERCE
La mania per le piante esotiche, a dispetto della crisi della biodiversità
«Piantala perché è tropicale, ye!» Tante varietà hanno viaggiato lungo le molteplici rotte oceaniche

Ebbene sì, spesso tutto ciò che viene da fuori ci sembra più moderno, più bello o più esclusivo. Se poi viene dai tropici è anche più gioioso, colorato e stimolante. Ma questo vale anche per organismi biologici e le piante? Sembra proprio di sì, per cui la produzione e il mercato florovivaistico sono in sempre in cerca di nuove proposte da sottoporre ai consumatori, spesso incuranti delle conseguenze che l’immissione di nuove piante può avere sulla biodiversità locale.
La cosa assomiglia un po’ all’apparente atmosfera gioiosa descritta in Tropicana, brano che ha portato alla ribalta e al successo il Gruppo Italiano nel 1983 e che, da quegli anni è rimasto sempre sull’onda, trasformando il motivo orecchiabile in un “evergreen” della canzone italiana. Tanto che qualcuno – i Boomdabash e Annalisa – un paio di anni fa ha pensato di riciclare il titolo per un’altra canzone, tanto questo era evocativo. A ben vedere però, non è che entrambe le canzoni ci parlino solo di “rose e fiori”. Stando al testo della primigenia Tropicana del Gruppo Italiano, mentre la TV diceva e cantava «bevila perché è Tropicana, ye» – quindi buona per definizione – succedeva di tutto: ribolliva il mare, ci si abbronzava atomicamente, bruciava la città di San Josè e l’uragano travolgeva i bungalow. Anche nel testo dell’altra Tropicana, quasi subito compare una Amazzonia nera tra i fumi della città e un tramonto chimico. Belli scenari non c’è che dire, altro che colori vivaci, aromi di spezie e allegri ritmi coinvolgenti!
Con un po’ di fantasiosa immaginazione, le atmosfere della Tropicana originale posso essere traslate al problema degli organismi esotici, in particolare alle piante introdotte a scopo ornamentale. Mentre qualche fortunato se ne delizia nel proprio parco o giardino, tutto intorno è il disastro. L’invasività delle specie esotiche, infatti, è considerata la seconda causa del tracollo della biodiversità, dopo la distruzione e frammentazione degli habitat. Spesso le due cose vanno insieme: se si manomette o si distrugge la vegetazione originaria, si liberano spazi creando occasioni per la spontaneizzazione delle specie esotiche invasive. Queste, una volta insediate, contrastano o impediscono il ritorno delle piante autoctone, spesso in modo definitivo.
Ma da dove origina l’incessante voglia di piantare, possedere o contemplare piante che non appartengono alla nostra flora e al nostro territorio, che da tempi remoti è giunta fino a noi oggi? La motivazione più plausibile può risiedere nel fatto che in tempi addietro si viveva immersi in ambienti naturali più o meno “addomesticati”, ma comunque caratterizzati dalla presenza praticamente esclusiva di piante nostrane o autoctone. Qualche introduzione per la verità è avvenuta fin dagli albori della civiltà. Le infestanti dei campi di cereali, per esempio, come i fiordalisi, i papaveri, le nigelle, le consolide, migliaia di anni fa hanno involontariamente seguito la migrazione dell’uomo agricoltore e dei suoi campi dai territori della mezzaluna fertile – all’incirca l’attuale Kurdistan e Iraq – fino al cuore dell’Europa. Diverse piante invece sono state spostate volontariamente ai tempi dell’Impero Romano, primo tra tutti il cipresso, prelevato dalla Grecia. Ma queste hanno avuto tutto il tempo di integrarsi nei nuovi ambienti occupati senza produrre danni rilevanti alle flore locali che via via incontravano. Ben più imponente è stato il fenomeno che ha seguito il periodo delle grandi scoperte che ci ha traghettato nell’Era Moderna e poi nel periodo degli imperi coloniali. Lungo le nuove rotte oceaniche, e non solo dalle Americhe, ha viaggiato ogni sorta di pianta, da quelle di interesse alimentare, come le patate, i pomodori e i fagioli, a quelle ornamentali. Ovviamente non sono mancati gli imbarchi “clandestini”, cioè quelli di piante con semi o altro nascosto tra le sementi o nella terra dei vasi. Nel Seicento e Settecento il narcisismo botanico delle corti europee ha raggiunto il massimo: bisognava a tutti i costi sfoggiare piante esclusive che nessun altro avesse. E quando questo avveniva, le si eliminava miseramente. Qualcosa di simile al fatto che due dame eleganti non possono sfoggiare lo stesso vestito in occasioni mondane. Ovviamente non mancavano piante trafugate e furti su commissione.
Facendo un grande salto temporale, giungiamo al secondo dopo guerra e al periodo della globalizzazione economica che hanno dato un nuovo grande impulso all’introduzione, volontaria o involontaria, di piante esotiche, si è quindi coniata l’espressione “globalizzazione delle flore”, dato che il fenomeno ha assunto proporzioni mondiali. Rimanendo in ambito ornamentale, ancora oggi vediamo comparire nelle aiuole delle città piante mai viste prima, come i grossi cespi di graminacee che, si dice, comportano una minor manutenzione. Immancabilmente però parte di esse si è spontaneizzata o “naturalizzata” finendo con l’invadere gli ambienti naturali e competendo con le piante autoctone, fino a farle scomparire. Paradossalmente oggi le piante rare e preziose sono diventate quelle autoctone, all’interno di paesaggi botanici omogeneizzati e banalizzati dalla globalizzazione delle flore.
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