LA VOCE DELLE QUERCE
Mare, mare, mare, quante piante da strappare!
Le coste offrono habitat molto diversificati per flore e vegetazioni speciali. Il fatto che ora non ci siano piante tra ombrelloni e lettini, non vuol dire che non ci siano mai state

Penso che dopo il 2024 dalle nostre parti, in Italia nord-occidentale, pochi diranno ancora «non ci sono più le mezze stagioni» e che d’ora in poi il significato di “infinita primavera” assumerà anche risvolti cupi, pensando a piogge, alluvioni e allagamenti. In ogni caso e per fortuna, per via del calendario o dello sfinimento, il periodo delle ferie è alle porte per molti: assisteremo ancora una volta ad una consistente migrazione di umani verso ecosistemi costieri, in particolare marini.
Stare in spiaggia, sugli scogli o in barca è un bel modo per mettersi in contatto con il mondo naturale: mare, sole, vento e rocce, tutti elementi che si sono meritati un dio greco-romano di primo ordine, sempre per restare dalle nostre parti. Sono però tutte componenti fisiche o abiotiche degli ecosistemi, dov’è la componente biotica, quella che dovrebbe costituire la biodiversità? I più pronti risponderanno subito che la biodiversità, soprattutto animale, si può osservare per mezzo di un’ampia gamma di soluzioni, che vanno dal nuotare con maschera e boccaglio, alle crociere per il Whale watching, passando per ogni tipo di immersione, volendo anche con squali. I più distratti almeno dovrebbero accorgersene dai menù dei ristoranti, pieni di fritti misti, grigliate e zuppe di pesce. I vegetali sembrano non pervenuti come al solito, tuttavia prosperano gli impostori: insalate, frutti, anemoni, cetrioli e pomodori “di mare” che però non hanno nulla a che fare con la fotosintesi. Eppure, gli ambienti costieri possono offrire habitat molto diversificati per flore e vegetazioni speciali, e il fatto che ora non ci siano piante tra gli ombrelloni e i lettini, non vuol dire che non ci siano mai state. Spesso sono state rimosse, anche da molto tempo, con alcune conseguenze non sempre positive.
Da un punto di vista naturale e molto schematicamente, le coste marine possono essere divise in lagunari, rocciose e ghiaioso-sabbiose. Natura a parte, sono anche in ordine crescente per balneabilità e, purtroppo, anche per impatti da turismo di massa. Le coste lagunari vedono il magico incontrarsi di acque dolci interne, marine salate e maree, che, con contributi sempre diversi, danno origine a un variegato mosaico di habitat e a un vero e proprio festival della biodiversità, anche vegetale. Canneti, isole cespugliate, piane di marea, salicornieti dei suoli salati e paludi varie si estendono a perdita d’occhio per il visitatore, anche perché è tutto piatto e il poverino mal si destreggia a stare in piedi tra acqua e melma. Però, a meno che non si sia dediti alla caccia, alla pesca o al birdwatching e disposti a tollerare qualche effetto collaterale della biodiversità (nuvole di zanzare e moscerini!), le coste delle lagune e dei delta sono decisamente poco fruibili e poco frequentate dai più.
Le coste rocciose sono suggestive, ottime come sfondo per fotografie e cartoline, ma impervie e difficili da colonizzare. Questo lo sanno gli intrepidi bagnanti che, alla ricerca di calette esclusive, si avventurano su scoscesi sentieri tra pareti e rupi, ma lo sanno anche piante e animali che quelle pareti e rupi abitano, anzi, lo sanno già da tempo. Spesso, infatti, le scogliere delle principali penisole e isole italiane sono zone rifugio di flore e faune particolari che in quei luoghi hanno passato indenni le sconvolgenti vicende climatiche delle ultime centinaia di migliaia di anni, incluse glaciazioni e variazioni del livello del mare, approfittando della loro “scomoda” esclusività e stabilità. Ambiente spartano ma economico, pulito e tranquillo per piante rare, con distribuzione saltuaria lungo le coste del Mediterraneo o addirittura endemiche, cioè esclusive di quella o quell’altra penisola, isola o arcipelago.
Le coste sabbiose intensamente sfruttate con stabilimenti balneari, per un naturalista botanico potrebbero rappresentare, ad essere ottimisti, un lazzaretto, un campo di battaglia, un cimitero di guerra, e non perché la maggior parte della gente è accasciata o sdraiata. Sì, perché quella che ora appare come una desertica distesa fino al ciglio delle strade del lungomare, non si è formata solo per azione del mare e del vento, ma le piante, organizzate in fasce di vegetazione come legioni, hanno contribuito a trattenere le sabbie nude, a consolidare le dune e a far avanzare la linea di costa verso il mare. Poi, quasi sempre, hanno ricevuto il benservito per far posto agli alberghi e agli ombrelloni. La loro mancanza oggi è percepibile, non già come nostalgia per ambienti più naturali, ma per tutto il gran da fare per conservare le spiagge, come il ricovero invernale della sabbia, le barriere e i pennelli frangiflutti ecc. in una escalation di artificializzazione delle coste. Paradossalmente il culmine lo si raggiunge quando si riportano sì le piante in spiaggia, ma senza “copiare” la natura – no, questo no! – ed ecco comparire palmeti da spiaggia e dune artificiali di piante ornamentali, meglio se esotiche, in modo che i nostri giardini arrivino fin quasi al mare. Immagino che prima o poi, accanto alle Bau-Beach compariranno le Geranio-Beach, spiagge dove si possano portare i propri vasi e continuare ad annaffiare le proprie piante.
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