PICCOLO STREHLER
Mussolini tra arte e teatro

Trentun quadri, diciotto attori per ottantacinque figurazioni, centoventi abiti, dodici tecnici: M. Il figlio del secolo di Massimo Popolizio dal libro di Antonio Scurati è al Piccolo Teatro Strehler di Milano fino al 16 ottobre e porta sul palco sei anni che sconvolsero l’Italia.
Mettendo in scena uno spettacolo che sta registrando continui sold out partendo dal libro che nel 2019 ha vinto il Premio Strega, dando il via a una saga letteraria giunta proprio in questi giorni alla pubblicazione del terzo capitolo. «Lavorare a questo spettacolo sembrava ed è stata un’impresa titanica – ammette Massimo Popolizio, che è anche in scena -: ho collaborato nella drammaturgia con Lorenzo Pavolini al quale ho sottoposto il prodotto finale per capire se avessi fatto “castronerie” soprattutto storiche, perché del libro ho preso pezzi e li ho spostati, non toccando però le parole di Scurati.
Non c’è fiction, non c’è adattamento, ma soltanto una scelta di pezzi scegliendoli tematicamente, pur tenendo un arco. Sapendo che il punto d’arrivo era il 1925, abbiamo deciso anche tematicamente che cosa trattare.
Per esempio un tema è il rapporto di Mussolini con le donne, un altro quello del come e quanto i socialisti abbiano perso di credibilità di fronte all’Italia rimandando di continuo la famosa rivoluzione pur avendo una grande maggioranza e un grande credito nel Paese. Sono trentun quadri che si svolgono in maniera discontinua, non c’è un legame, il cambio è anche molto “a schiaffo.
C’è molta musica, gli attori cantano e ballano, il complesso spettacolare è molto ampio, ma tutto questo a servizio del testo: significa che certe parole di quel testo le facciamo risuonare con una funzione se si vuole più “ironica”, acida, cattiva. E il meno retorica possibile».
Una scelta che conferma quanto sempre affermato da Popolizio, e cioè che «se fai una cosa storica specialmente così vicina a noi e con un protagonista come Mussolini, qualsiasi film dell’Istituto Luce è più forte di uno spettacolo se tendessi a fare una verosimiglianza dei personaggi. Questa visione più “circense” permette di dire cose estremamente violente senza la retorica e credo sia più pericoloso uno spettacolo così che non uno spettacolo storico normale». In scena, due Mussolini diversi: uno interpretato da Popolizio, l’altro da Tommaso Ragno.
«Tommaso – prosegue Popolizio – fa un Mussolini più canonico, anche più fragile. Io un Mussolini istrionico, quello che attraverso l’ironia dice cose terrificanti, e anche molto più violento». La scelta che ha portato l’attore e regista a strutturare uno spettacolo come questo arriva da una convinzione che accompagna Popolizio nello sguardo sul mestiere dell’attore e sul teatro: «Non credo che noi facciamo un mestiere per cambiare il mondo, ma un mestiere per cui ogni volta che mi trovo a prendere e portare in scena qualcosa non è tanto la scelta dei temi, ma come questi temi vengono portati.
Siamo pieni di spettacoli di gente che dice “faccio questa cosa per dimostrare che”: io non voglio dimostrare nulla se non che si può fare un teatro in modo professionale, di interpretazione, con un numero di attori alti e non soltanto con ragazzi. Non c’è una motivazione, se non che quella che questo libro mi permetteva, dopo la pandemia, di presentare, teatralmente parlando, un prodotto che ha diversi strati e può riunire diversi pubblici: il pubblico teatrale, letterario, che è amante della storia.
E secondo me dopo la pandemia avevamo bisogno di qualche cosa che attirasse non soltanto l’abbonato teatrale, che c’è, ma uno spettro più ampio. Non giocando al ribasso, ma al rialzo, che credo possa essere la carta vincente per molti teatri, anche se il teatro italiano combatte sempre con una mancanza economica».
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